Alla fine non è cambiato nulla

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Andava tutto bene.
Quando siamo arrivati era ancora presto.
Mancavano tre ore alla partita, e intanto stava iniziando Lazio-Juventus.
Stavano zero a zero prima che iniziasse.
Il prepartita è sempre uno dei momenti migliori, perché volano chiacchiere, birre, sigarette.
E così stava andando anche questa volta.
Andava tutto bene.
Lazio-Juventus era iniziata e noi la guardavamo con quella finta distrazione di chi non ci crede nemmeno un po’ ma il pallone è rotondo ed era iniziata zero a zero.
Chiacchiere su chiacchiere su ipotesi su sogni su chiacchiere.
Andava tutto bene.
C’era un rigore per la Lazio.
Siamo rimasti impietriti, arrabbiati.
Ho guardato mio fratello, i miei compagni, e ho detto loro che era il momento di salire.
E smetterla di credere che le cose sarebbero andate diversamente da come dovevano.
L’attrazione era forte.
Altri cinque minuti.
Andava ancora tutto bene.
Poi, perché forse così doveva andare, alcuni di noi sono saliti in gradinata, altri sono rimasti giù, a crederci ancora un po’.
Comunque insieme.
Siamo saliti e mancava poco, alla fine della loro e all’inizio della nostra.
Andava tutto bene.
Salivamo ed erano nel recupero.
Poi boato del San Paolo.
Guardo il telefono e recita zero a uno.
Non capisco.
Trenta secondi di confusione che sono sembrati due anni.
Altro boato.
“L’hanno annullato”.
Manco per niente.
Sogni infranti, delusioni, e la sensazione che sia tutto finito.
Mio fratello sale, lo guardo, mi dice tutto con una frase che ha sentito dire in bagno ad un uomo che vive le stesse sensazioni da cinquant’anni:
“O’ Patatern’ nun se sfasterej mai ‘e c’ piglia pe’ cul’.”
Concentriamoci su di noi, dobbiamo solo vincerne altre dodici.
Pochi minuti, gol.
Ce l’abbiamo fatta anche oggi.
Macché, i sogni si infrangono in un secondo.
Tutto annebbiato, tutto confuso.
Come se non fosse accaduto mai.
Sull’uno a quattro, alcune persone abbandonano lo stadio, come se la cosa non li riguardasse.
E noi lì, disillusi e con gli occhi gonfi di lacrime e persi nel vuoto, a urlare che quel posto è casa nostra, che la sofferenza patita è reale per noi, e chi non ci crede stia a casa.
Andava tutto male.
Quando la partita finisce, lo sconforto è grande.
Ma per la squadra sono solo applausi.
Nessuno tocchi il Napoli!
Decidiamo comunque di passare altro tempo insieme, purché ne valga la pena.
E allora sono di nuovi cori, birre, risate, chiacchiere e sigarette.
Risate, soprattutto.
E amore.
Qualcuno urla “vi amo”.
Per ricordarci quello che siamo nonostante i risultati non siano mai dalla nostra.
Nonostante la fortuna ci volti sempre le spalle.
Nonostante saremo sempre degli illusi sognatori.
Nonostante tutto, andava di nuovo tutto bene.
Perché quello che questa squadra ci fa provare, l’unione che ci ha donato, le emozioni opposte ma sempre meravigliose che ti fanno sentire vivo; valgono per tutto quello che non è.
“Quello che non ho, è quel che non mi manca” cantava il più grande.
Grazie, ragazzi.
Non “Forza ragazzi!”
Grazie, ragazzi.
Alla fine non è cambiato nulla.
Dobbiamo solo vincerne altre undici.
Andrà tutto bene.
Danilo Cappella

Sono un ingegnere aerospaziale di 28 anni, appassionato di lettura, viaggi e malato del Napoli e di Napoli. La passione per la scrittura e per i viaggi mi ha permesso di aprire la mente, di non avere pregiudizi, di considerare la vita in maniera non convenzionale, e di immaginarla come un immenso viaggio tra le culture di ogni parte del mondo.