Alla ricerca della legge elettorale giusta

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Il Parlamento italiano, a pochi mesi dal voto del prossimo mese di febbraio, è ancora alla ricerca della migliore legge elettorale, visto che quella attualmente in vigore, che ha il merito di essere la più proporzionale possibile, non assicura di certo la possibilità che si formino maggioranze salde nel corso della prossima legislatura.

Pertanto, è evidente che il legislatore debba incidere su due fattori, in particolare, se intende dare un’efficacia governativa ad un dispositivo, che altrimenti rischierebbe di creare ulteriore confusione nei prossimi cinque anni.

In primis, è ineluttabile ipotizzare un meccanismo elettorale che favorisca la formazione delle coalizioni: dato, questo, prezioso per il PD, che da solo oggi non è in grado di contrastare la forza mediatica del M5S e di tutte le altre formazioni populiste, che si affollano nel Parlamento italiano.

Inoltre, è inevitabile che la nuova legge elettorale preveda una soglia di sbarramento, che limiti l’accesso alle forze troppo piccole, per evitare un’eccessiva frammentazione.

Ma, è ovvio che questi accorgimenti, qualora mai dovessero essere recepiti nella nuova legge, di per sé, per quanto utili, non costituiscono la panacea per tutti i mali.

Nessun meccanismo di legge può e deve sostituire il primato della politica, l’unico in grado di far nascere Governi saldi e maggioranze coese, che purtroppo – da un ventennio – non esistono più nel panorama delle istituzioni del nostro Paese.

Infatti, dopo Tangentopoli, sono state esperite tutte le possibili strade, ma l’ingovernabilità è stata, sempre, dominante nello scenario italiano, sia con la Destra che con la Sinistra a Palazzo Chigi, sia con la legge elettorale di tipo maggioritario che con quella di tipo proporzionale, a dimostrazione del fatto che non si può consegnare ad una norma ciò che deve essere dominio unico della politica.

In tal senso, non si può non evidenziare una problematica importante: nel corso della cosiddetta Seconda Repubblica, è andato crescendo in modo esponenziale il valore demagogico del messaggio di propaganda dei leader, per cui, per effetto anche di tale fattore, l’instabilità è aumentata notevolmente, ad ulteriore dimostrazione del fatto che, con il populismo, si vincono le elezioni, ma non si governa il Paese.

Prima Berlusconi, poi Renzi, oggi Salvini e Grillo: tutte esperienze di segno populistico, che hanno fallito alla prova del Governo o che rischiano seriamente di fallire, qualora tali leader dovessero andare a Palazzo Chigi.

In tal senso, non si può che auspicare che, al prossimo voto, prevalga il senno e non il populismo, perché altrimenti non c’è legge elettorale che possa dare all’Italia ciò di cui essa ha, oggi, bisogno.

Ma, siamo certi che gli Italiani non si lasceranno irretire, di nuovo, da cattivi profeti e facili imbonitori?

 

Rosario Pesce

Dirigente scolastico, dapprima nella secondaria di primo grado e, successivamente, nella secondaria di II grado.
Gli piace scrivere di scuola, servizi, cultura, attualità, politica.
I suoi articoli sono stati già pubblicati da riviste specialistiche, cartacee ed on-line, e da testate, quali: Tecnica della scuola, Tuttoscuola, Edscuola, Ftnews, Contattolab.