Contro tutto e tutti.

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Il secondo lunedì consecutivo con l’amarezza in corpo era una cosa che ai Napoletani non capitava da tempo.
Dagli inizi di dicembre, per la precisione.
Anche in quel caso, un punto in due partite, frutto della sconfitta con la Juve e del pareggio a reti inviolate contro la Fiorentina.
Dopo quel momento di appannamento, sono arrivate dieci vittorie, poi di nuovo un punto nelle ultime due.
E ora di partite ne mancano esattamente dieci.
Per questo risulta difficile stare dalla parte dei disfattisti, di chi pensa che sia tutto finito, di chi già ha iniziato ad addossare colpe a destra e a manca.
Perché questo Napoli è in grado di vincere tutte le partite che mancano, sulla carta.
Questo non vuol dire che le vincerà, è chiaro.
Bisognerà averne la voglia, senza perdersi in tanti ghirigori e pallonetti.
Ogni riferimento a Lorenzo Insigne è puramente casuale.
Concretezza, rabbia, gli occhi della tigre.
Quello visto Domenica sera a Milano è stato un Napoli diverso da quello che i tifosi si aspettavano dopo la batosta con la Roma.
A tratti, è sembrato quasi che il pareggio potesse accontentare Sarri e i suoi uomini.
E, ad essere programmatori e calcolatori fino in fondo, quello raccolto a San Siro, per quanto brutto e triste, è un punto che può diventare decisivo.
Un’eventuale sconfitta avrebbe allontanato la Juventus ancora di più, senza possibilità di raggiungerla se non con due sconfitte dei bianconeri.
Ora, supponendo che il Napoli riesca a vincerle tutte, compreso lo scontro diretto, la Juve non potrà permettersi nemmeno un pareggio altrove, per non essere sorpassata.
Ed è inutile dire di pensare ad una partita alla volta, perché questi calcoli aggiornati ogni millesimo di secondo li stiamo facendo tutti.
E li avrà fatti anche mister Sarri, altrimenti non avrebbe tolto Mertens per mettere Milik.
Li avrebbe fatti giocare insieme, ma sapeva di potersi concedere il lusso di pareggiarla una partita.
Anche perché, parliamoci chiaro, il Napoli può matematicamente arrivare a quota cento punti.
Se lo farà, e la Juventus arriverà comunque sopra, ci sarà davvero qualcuno in grado di criticare questa squadra?
Alla fine, tutti ci crediamo allo stesso modo.
Perché a tutti piacerebbe poi ricordare questo lunedì come quel momento triste e disilluso in cui non ci credeva più nessuno, e poi il miracolo è successo.
Del resto,  che impresa sarebbe se non passasse per momenti del genere?

Più dura è la lotta, più grande sarà il trionfo.
E forse questo momento ci può far bene, ci toglie pressione, la mette sugli altri (che però sono abituati ad averla e a gestirla), paradossalmente ci rilassa un attimo in un momento in cui il calendario può tornare a sorriderci in attesa del punto di non ritorno, lontano ancora poco più di un mese.
Di lati positivi, a dire il vero, non se ne riescono a trovare molti.
Certo, il Napoli ha giocato, l’ha fatto anche discretamente bene contro una squadra che, così come all’andata, si è rintanata nella sua area di rigore.
La qualità di alcune giocate partenopee è stata come al solito sublime, ma è mancata la cattiveria, il cambio di passo, il cinismo che avrebbe reso la partita una passeggiata di salute, vista la differenza di valori che il campo comunque ha mostrato.
Un respiro profondo, prima dello sprint.
Nessuno si azzardi a mollare, adesso.
Ora è il momento di correre, di lottare.
Dieci finali da qui al venti Maggio, per continuare a sognare.
Andrà male?
Forse sì.
Vorrà dire che ricominceremo daccapo l’anno prossimo, con le nostre illusioni tra le vostre risate.
Ma anche oggi, il secondo lunedì consecutivo così amaro, quanto è bello essere tifosi del Napoli e stare lì ad immaginare l’imponderabile?
Arriverà un momento, forse, in cui sognare non ci basterà più.
Ma non può essere questo.
Il momento in cui puoi pretendere qualcosa, è quando sei il più forte, hai l’esercito più grande e la fortuna è dalla tua.
Invece, qui si tratta di una manciata di uomini e di un uomo che indica loro la strada, contro centinaia e centinaia di avversari.
Contro tutto e tutti.
Come si fa a smettere di credere?

Danilo Cappella

Sono un ingegnere aerospaziale di 28 anni, appassionato di lettura, viaggi e malato del Napoli e di Napoli. La passione per la scrittura e per i viaggi mi ha permesso di aprire la mente, di non avere pregiudizi, di considerare la vita in maniera non convenzionale, e di immaginarla come un immenso viaggio tra le culture di ogni parte del mondo.