Eventi nella nostra città: la solita conventicola. Tutti gli altri dove sono?

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La riuscitissima presentazione di “Souvenir” di Maurizio De Giovanni presso la biblioteca comunale di Casoria di mercoledì sera  e una stimolante chiacchierata con un caro amico nelle ore successive mi hanno portato  ad una riflessione, amara forse, a tratti melanconica, che sento il bisogno di condividere con voi lettori, casoriani e non.

Esiste, ed è sempre più percepibile, un gap comunicativo tra la politica e i cittadini, tra una ristretta cerchia di “eletti” e la gente comune, quella che ogni giorno, terminato il lavoro, si chiude tra le mura della propria casa e non ha più contatti con l’esterno. Cerco di spiegarmi meglio, prendendo ad esempio proprio la serata di mercoledì. Sala gremita, gente in piedi, platea entusiasta. De Giovanni è una certezza e gli chiedo quasi scusa se lo sto “usando” per questa mia riflessione, non me ne voglia.

Fin tutto ok, applausi e autografi, gente che è andata via contenta e che ha ringraziato per questa opportunità di incontrare l’autore. Ma…c’è un ma.

Dove era la società civile? Dove erano i tanti professionisti casoriani? Dove le donne appassionate della serie tv de “I bastardi di Pizzofalcone”? E dove i giovani? Siamo una popolazione di oltre 80.000 abitanti con migliaia di studenti liceali e universitari…eppure, ad eventi come quello in questione, siamo sempre troppo pochi. E soprattutto, sempre gli stessi.

Sembrerà strano, ma è così. E credo  che un osservatore mediamente attento non possa che aver percepito la stessa sensazione, in questa come nelle ultime occasioni di cultura, incontro e condivisione organizzate in città negli ultimi mesi (e forse negli ultimi anni). Sempre le stesse persone, appartenenti agli stessi “giri”, siano essi politici (o politicizzati, perché a ben vedere la differenza esiste ed è anche piuttosto evidente), culturali o semplicemente relazionali. Persone che appaiono, in massa, come per un rituale celebrativo, a cadenza quasi fissa. Persone interessate e interessanti, non discuto di questo. Anzi. Ma non basta. Casoria conta, ad oggi, una popolazione vastissima, che la rende il quarto comune della Campania per densità abitativa…e allora come è possibile che, tralasciando i fan dell’autore nel caso specifico e al netto dei parenti, degli amici (quelli veri, sempre affettuosi e presenti), di chi (forse, ma forse no!) è venuto per una passerella, per trascorrere qualche momento incontrando vecchie conoscenze, di qualche curioso, la gente comune si possa sempre contare, volendo essere ottimisti, sulle dita di qualche mano?

Tre  settimane fa alla presentazione di un altro interessante libro c’erano le stesse persone, e cosi ad un evento musicale, gastronomico o religioso dell’estate scorsa o di due inverni fa.

Una osservazione superficiale potrebbe portare a ritenere, quasi come un rimpallo di responsabilità, che il problema è comunicativo: poca pubblicità agli eventi, poca diffusione delle notizie, poco passaparola. Poca informazione, per dirla breve. Della serie: “Peccato non averlo saputo prima, ci sarei venuto volentieri…”.

Ma lo stesso osservatore mediamente attento già prima tirato in ballo (suo malgrado) potrebbe certamente controbattere che no, la questione non sta nella mancanza di comunicazione. O meglio, non solo.

Pubblicità sugli organi di stampa (“Eh, ma la gente non legge…”), con locandine nei negozi e nei luoghi di aggregazione della città (stesso discorso), sui social, con eventi, post, like e controlike…e nonostante ciò una gran fetta di cittadini, uomini, donne, giovani, anziani, di mezza età, non viene intercettata. Non si riesce ad arrivare a loro, o forse lo si fa nel modo sbagliato. Ed ecco il tema principale della riflessione, quel gap cui accennavo in apertura.

Il deficit è perlopiù di tipo istituzionale. Non solo politico, si faccia attenzione, ma istituzionale in senso ampio. Manca una cultura del dialogo, della condivisione, dell’arricchimento reciproco. Manca la capacità di confronto, di relazione, di interscambio di idee ed esperienze.

“Sei troppo critica!”, penseranno i più, nel leggere questi miei pensieri. Forse sì, è vero. Mai prendersi troppo sul serio, dice qualcuno. Ma in fondo, a cosa serve mettersi in gioco, spendere le proprie energie, competenze e organizzare incontri ed eventi, di qualsiasi tipo essi siano, se a beneficiarne sono sempre le stesse persone, alcune delle quali, mi sia consentito, non se ne interessano più di tanto?

 Quanto sarebbe edificante vedere a quelli che possiamo definire gli “eventi mondani” della nostra città folle di giovani, famiglie intere, uomini e donne impegnati nel mondo della scuola, dell’associazionismo, dell’imprenditoria, del lavoro in generale. Ma questo non avviene quasi mai. Paradossalmente queste categorie sono le meno presenti, le più lontane da certi giri, da certi meccanismi, da certi appuntamenti. Negli anni non si è riusciti a raggiungerli, o li si è fatto poco e male. E questo ha permesso che la distanza con le istituzioni si sia accentuata e, forse, cronicizzata.

E dunque, se anche un cittadino  che potemmo definire “normale” (non riuscendo a collocarlo diversamente), ha visto l’evento, la locandina, o il post su Facebook, non ha sentito in sé il desiderio e la spinta di partecipare in prima persona, ieri come in passato e come, temo, nel prossimo futuro.

Colpa (e sì, proprio colpa) di anni e anni in cui la politica è stata troppo lontana dalla gente, non si è fatta carico della crescita della stessa, non ha saputo coltivare il capitale umano e, anzi, lo ha lasciato disperdere. Eventi culturali, nel senso più ampio del termine, o sociali che siano, sono la cartina tornasole di quanto la politica riesca ad entrare nella gente. Di quanto le persone comuni riconoscano la “autorità”, di quanto avvertano il senso di comunità e di appartenenza. La politica e le istituzioni sono percepite come distanti, perché impegnate a fare altro, assenti, mancanti cioè di progettualità. Ma soprattutto indifferenti, per carenza di impegno e passione.

Esiste uno strappo, dunque, profondissimo e difficile da ricucire. Difficile ma non impossibile.

Esiste un modo per farlo?

“Non c’è una ricetta segreta, una formula magica per risolvere questo deficit”, diceva il mio amico l’altra sera. E io sono d’accordo con lui. Ma credo anche che siano poche le cose a cui non c’è rimedio. E se la politica, le istituzioni scolastiche, civili, religiose e culturali e le forze del territorio, quelle vere, quelle buone (che, vi assicuro, sono molte di più di quanto possano apparire), iniziano quantomeno a porsi questi interrogativi, perché mi viene da pensare che fino ad ora non lo abbiano mai fatto, e a capire che è edificante per tutti camminare insieme, condividere percorsi e progetti piuttosto che farsi la guerra o pensare solo al proprio orticello, qualcosa di buono e concreto si possa realmente fare. E non solo a parole, ma nella realtà dei fatti.

Potrebbe essere addirittura più semplice di quanto possa sembrare.  Sarebbe già un grande traguardo che gli “interessati”, coloro che dovrebbero e potrebbero fare qualcosa, leggessero queste righe. E si interrogassero, come forse non hanno mai fatto.

Gilda Longhi

Classe ’85, una laurea specialistica in Economia e gestione delle imprese nel cassetto e un tesserino da giornalista pubblicista nel portafogli. Permalosa e testarda, non perde occasione per “fare polemica” ed è definita dai suoi amici come una “presenza che si fa sentire, una che pensa una cosa e ne fa cento”. Cattolica, appassionata di musica e libri, adora stare in mezzo alla gente. Si è avvicinata al giornalismo nel 2008 quasi per caso e da allora non lo ha più lasciato: scriverebbe sempre (se solo glielo lasciassero fare!). Ha una insana passione per la politica e per il territorio in cui vive.