“Fratello ricordati di Tina Pina”: al Napoli Teatro Festival l’omaggio di Identità Insorgenti a Tina Pica

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Domani a via Carlo de Cesare 63 Identità Insorgenti presenta alla città, nell’ambito del Napoli Teatro Festival, Fratello ricordati di Tina Pica, ospitato all’interno della mostra di Giulio Baffi dedicata alla grande attrice partenopea.

In questo articolo del direttore della testata, Lucilla Parlato, si racconta la genesi del piccolo docu da lei diretto e autoprodotto dal  giornale/collettivo.

“Un anno fa, leggendo un vecchio prezioso libro sui protagonisti di teatro partenopeo, mi sono resa conto che nel 2019 sarebbero caduti i 50 anni dalla morte di Tina Pica.

Ora come chi sa chi ci segue, questo giornale ha tra le sue “mission” quelle di esaltare la memoria di alcune storie o personaggi che hanno fatto parte della storia di Napoli. Per cui  come Identità Insorgenti dopo aver prodotto Sangue di Un popolo, dedicato al racconto della nostra mobilitazione del 2016 per salvare il tesoro di San Gennaro dalle grinfie dello Stato, lo scorso anno, e dopo “L’eternità di Partenope” piccolo omaggio alla Serao con la traduzione in napoletano della sua leggenda di Partenope sempre nel 2017, quando sono caduti i 90 anni dalla scomparsa della grande giornalista, quest’anno abbiamo pensato di omaggiare Tina Pica, per tanti solo la Caramella di “Pane amore”. Per noi molto di più.

E’ stato un viaggio splendido, iniziato nel novembre del 2017, quando incontrammo Ruggero Cappuccio negli ex uffici del festival, nell’imponente Palazzo Mannajuolo che con la sua scala ellittica molti ora conoscono per Napoli Velata, per proporgli di ospitare questo lavoro, all’epoca solo un’idea, nel Napoli Teatro Festival Italia da lui diretto. Con Ruggero ci “sappiamo” da ragazzi. Lui conosceva bene mio padre, Antonio. E io, quando lo conobbi, poco più che ventenne, scrivevo di teatro, ero una ragazza molto più maldestra e saccentella di oggi, ma adoravo (e adoro ancora) la sua scrittura. Mi innamorai di Shakespea Re di Napoli, spettacolo che gira il mondo da 25 anni, e  credo che tutt’oggi Ruggero che sia uno dei più grandi artisti della scena non nazionale ma internazionale. Vi racconto questo perché bisogna avere coraggio non solo per dirigere una baracca impegnativa come il Napoli Teatro Festival Italia (l’evento di teatro più importante del Mezzogiorno che grazie a lui ha calmierato i prezzi e aumentato enormemente la qualità delle proposte) ma anche per dire si a un progetto che, allora, era solo sulla carta.  E questa storia, quella di questo direttore coraggioso, giovane, brillante, silenzioso e profondo, magari un domani qualcun’altro la racconterà.

Non è stato Ruggero l’unica persona che ho incontrato prima di mettere davvero in piedi il progetto. Qualche giorno dopo chiamai infatti Giulio Baffi. Con Giulio anche c’è una conoscenza storica, sempre risalente agli anni in cui pur di non occuparmi di politica – avevo in quel campo un padre che pesava qui a Napoli e volevo prendere la mia strada già allora – decisi di unire due delle mie principali passioni in una: giornalismo e teatro (e devo ringraziare il mio allora direttore, Giovanni Lucianelli, che all’epoca tutto mi permise sulle pagine partenopee del Tempo, nei primi anni 90). Già all’epoca, che Giulio aveva la mia età di oggi,  insieme a Enrico Fiore del Mattino, Baffi era un mio riferimento fondamentale. Adoravo quelli che per me ragazzina erano “i vecchi della critica” (molto più giovani di tanti giovani, e lo dico senza piaggeria). E spesso mi confrontavo con l’uno o con l’altro. E poi anche Giulio, dall’opposta parte politica, condivideva con mio padre progetti: come quello del Museo dell’attore, che avrebbero voluto collocare nell’attuale Pan, e che oggi è sparso per le vetrine del San Ferdinando, dove ci sono abiti, oggetti, locandine dei nostri grandi: Viviani, Totò, Scarpetta, Tina Pica, Troisi, Pupella e tanti altri. Roba che meriterebbe altri spazi e altra visibilità, che Giulio, a cui i vari eredi del teatro hanno affidato i propri ricordi, custodisce da anni gelosamente, con il suo mazzo di chiavi delle vetrine, curate una per una come creature.

Insomma lo volli incontrare. Ci vedemmo ovviamente fuori un teatro, stavolta il Mercadante. Caffè e chiacchierata e a quel tavolo nacque l’idea della mostra. Fu lui a condurmi dai due nipoti di Tina, Franco e Franco, che nel docu sono stati fondamentali oltre che meravigliosi nella loro spontaneità e nei loro ricordi e che hanno fornito molto del materiale. fotografie e oggetti, che vedrete in parte esposto nella chiesa sconsacrata di via Carlo de Cesare 63, ai Quartieri Spagnoli, bellissima e curata da Baffi. Giulio era ed è una guida per me, un pezzo di storia della città anche lui. Il suggerimento di sentire Mario Franco, esperto di cinema e nume tutelare dell’Archivio Mario Franco, custodito dalla Fondazione Morra, pure mi è arrivato da lui.

Questi cinque uomini sono stati i “narratori” del mio lavoro, come sempre autofinanziato dal nostro giornale/collettivo, che presentiamo nelle prossime ore e che resterà visibile ai Quartieri fino al 10 luglio. Manca l’unica donna che avrei voluto, Marina Confalone. Dopo tante valutazioni per me è l’unica oggi che è possibile accostare a Tina senza risultare blasfemi. Ma non ce l’abbiamo fatta. Non escludo di farlo poi, dopo il Festival, a prescindere…

E veniamo a lei, a Tina. Vi dico subito che “Fratello ricordati di Tina Pica” non è nato per raccontare Tina in ogni passaggio della sua vita, non è una biografia. In primo luogo perché ci sarebbe servito molto più tempo, roba da serie tv di Netflix. Perché la vita di Tina è stata ricchissima e molte cose sono rimaste fuori. Il rapporto con Peppino, con Nino Taranto, tanto per dirne due a caso ma non a caso. O anche le figure femminili della vita di Tina, da Dolores Palumbo a Titina.

Con Tina, infatti, si rievoca necessariametne un’epoca ricca di figure dimenticate e che andrebbero recuperate una ad una (e che in parte negli anni 90 rievocò Gioconda Marinelli nella biografia,  ormai introvabile, dedicata all’attrice e pubblicata da Adriano Gallina, che pure è stata preziosissima per noi) e in parte con qualcuno ci abbiamo provato sulle pagine del giornale in questi giorni.

La mia domanda finale agli intervistati, alla luce di tutto questo, è stata sempre: cosa ci rimane oggi. Perché volevo ricostruire un clima e una figura in modo non banale. Non solo Caramella, insomma. Eppure ho montato poco delle risposte. Penso che le conclusioni dovrà trarle chi vede il documentario, che scandaglia alcuni rapporti storici di Tina, in primis quello di Eduardo, con cui ha lavorato e litigato per decenni di cui a livello documentale resta davvero poco. Ho cercato, con le immagini splendide del mio compagno di vita e di lavoro, Federico Hermann, autore con Eddy Ferro al gimball delle riprese, ma anche del montaggio e della direzione della fotografia, di recuperare il sapore di quell’epoca. E anche per questo ho scelto due delle tre P della canzone napoletana dei primi decenni del novecento come colonna sonora: per ricordare anche Parisi e Papaccio che, con Pasquariello, sono stati tra i grandi nomi della musica di allora, colonna sonora delle ragazze e dei ragazzi di un tempo,

Non c’è nulla nel film messo a caso: anche le immagini dall’alto sono tutte legate a Tina (e ringrazio Stefania Tarantino e Roberta Basile, che mi hanno aperto le loro case, dai cui tetti abbiamo lanciato il drone per le riprese dall’alto).

Nel film vedrete il san Ferdinando, dentro e fuori e dal cielo e le casaruoppole che lo circondavano e lo circondano, ieri come oggi, vedrete il vicino Vico Cappella a Pontenuovo, dove Tina nacque. Vedrete via Santa Teresa, dove visse quasi tutta la vita, il giardino dove curava gattini che poi seppelliva lì, nella casa dove faceva grandi cucinate e giocate di carte per gli attori delle sue compagnie. Vedrete il sottopalco del bellissimo teatro, tutt’oggi intatto sempre grazie alla passione di Baffi, che ha visto Federico Stella e poi Eduardo dare vita a migliaia di personaggi.

Soprattutto abbiamo tirato fuori dal cassetto piccole citazioni del suo cinema, che è quello che resta a noi vivi. Non solo quelle di Pane e amore – che ovviamente ha un posto centrale come il rapporto con De Sica, e che le portò anche un Nastro d’Argento come miglior attrice non protagonista – ma anche di altri film. Ne abbiamo visti 40 sui 70 a cui la Pica partecipò, “sparandoceli” a botte di due-tre a sera (tipo serie Netflix, appunto). Alcuni, come i primi film muti diretti da Elvira Notari (perché le donne dello spettacolo dell’epoca erano queste, gigantesche) non esistono nemmeno nelle cineteche più importanti e ricche del Paese, come quella di Bologna. Al suo cinema, però, dedicherà un documentario Paola Settimini, un’appassionata ligure che ha già girato un bel docu su Tonino Guerra, con la quale pure c’è stato un ricco scambio di idee telefonico (per ora) e che sarà presentato a Venezia a settembre.

Chi era Tina per me? Tina era una donna e un’attrice a 360 gradi e una vera femmina napoletana. La preghiera, il gioco, la cucina, il fumo, tutte sue grandi passioni, pezzi di lei, sono tutti temi sfiorati, nei quali abbiamo lasciato che ricordassero i nipoti con piccoli sprazzi di cinema a tema.

Era una donna, come ci racconta Cappuccio, all’avanguardia in un’epoca dove dominavano molto più di oggi, gli uomini. Fu autrice, oltre che attrice. Fu senza sesso, come ricordano un po’ tutti,  eterea, e insieme mascolina e femminile, voce roca e falcata indimenticabile. Fu una che non se ne fregava di nessuno e inevitabile ricordare a tal proposito il suo sbottare di fronte a Pirandello, Eduardo e Peppino, “Mi parete la santissima Trinità”, durante le prove di Liolà. Una Totò in gonnella (e “Destinazione Piovarolo” è una delle citazioni che serve a raccontare anche il suo incontro con Antonio De Curtis).

Fu coraggiosa e scoppiettante di vita. Fu se stessa, senza fingere altre età, in un mondo che all’epoca era dominato, oltre che da questi uomini grandissimi, da donne giunoniche come la Loren e la Lollobrigida. Fu figlia d’arte con l’arte nel sangue e le memorie raccontano di un’imitatrice nata, una bambina che a 7 anni era già sul palco, come tutti i figli d’arte – Eduardo, Pupella – nei panni di un maschio. Era una che a 40 anni ne dimostrava 60 e non se ne faceva un problema. Era Tina, energia in poco spazio. Luce su ogni palco.

E alla fine del viaggio, 40 film tra cui alcuni bellissimi (ad esempio vi proponiamo di rivedere “Proibito Rubare” di Comencini, che la vede al fianco di un giovanissimo Adolfo Celi, con 40 scugnizzi “veri” dell’epoca, che il regista volle come condizione per girare, “Marito e moglie”, diretta da Eduardo, dove fa la cattiva, o gli storici “L’oro di Napoli” e “Carosello napoletano”, pezzi di vita e storia della città) alcuni dimenticabili ma da non dimenticare comunque, è rimasta Tina nelle nostre vene, nel nostro pensare, nel nostro vivere, per sempre.

Perché Tina non era: Tina è.

Simbolo di una napoletanità ironica, tosta, al femminile più di quanto ci si aspetti, che  il cinema, come dice Cappuccio ci ha proposto spesso come “consigliera quasi shakesperiana” in salsa partenopea, quasi una moderna Sibilla che stilla pillole di saggezza.

Fratello ricordati di Tina Pica vuole essere questo: il ricordo di una donna e di un’attrice che rappresenta un’epoca che ha prodotto a cinema come a teatro, storia di Napoli. E che tutti dovremmo ricordare oltre gli stereotipi. Nella sua essenza di donna e attrice. A 360 gradi, immersa nel sapore di un’epoca magnifica (la stessa di tanti altri grandi, nel giornalismo, nella poesia, nella musica, nell’arte, oltre che nel teatro e nel cinema) che questa città dovrebbe prendere tutt’oggi a spunto e a modello.

Speriamo di esserci riusciti. Buona visione”.

Lucilla Parlato

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