Le stimmate dei predestinati.

1919

 

 * di Lorenzo Effuso

Si dice talvolta che, nello sport, i campioni sono tali anche perché fortunati; forse è vero, però è altrettanto (e anche incontrovertibilmente) fuor di dubbio che il fuoriclasse la propria fortuna la sfrutta (o se la crea), o, quanto meno, non se la lascia sfuggire se gli capita a tiro (ne abbiamo avuto esperienza sensibile in Napoli-Frosinone di sabato sera con l’incredibile tripletta di Gonzalo Higuain). Ma l’impresa che ha compiuto, nel pomeriggio di domenica 15 maggio 2016, Max Emilian Verstappen nel Gran Premio di F1 sul circuito di Barcellona va, se possibile, ancora un poco oltre; perché, va bene che le Mercedes hanno incredibilmente fatto harakiri tra loro subito (e, se rimaste in gara, se ne sarebbero andate con tanti saluti a tutti); va bene, poi, che i principali avversari (Ferrari, of course) erano, nell’occasione, stranamente sottotono specie nell’ultima parte della pista; va bene, ancora, che Vettel, in assenza della scellerata (col senno di poi, ovviamente) strategia di soste operata dal suo team, sarebbe probabilmente passato al comando della gara (e altrettanto probabilmente rimanendoci, viste le ridotte possibilità di sorpasso offerte dal tracciato spagnolo); va bene, oltretutto, che il compagno di squadra Ricciardo (che, comunque, stava rincorrendo da dietro, ancorché con gomme più fresche e una diversa strategia di gara) ha forato a due giri dalla fine; va bene tutto, insomma, ma questo pilota poco più che adolescente ha dimostrato, una volta di più, di essere uno strepitoso fuoriclasse, un talento purissimo che appena ha avuto in mano la macchina giusta (è per l’appunto il caso di ricordare che il giovinetto di Hasselt era, in Spagna, alla sua prima corsa con una vettura di un top team, la Red Bull) ha afferrato l’occasione al volo senza neanche pensarci un attimo, correndo -in testa per l’ultima parte di gara- da campione consumato come se, invece di diciotto (diconsi DICIOTTO) anni d’età, avesse un’esperienza (e relativi freddezza e controllo) di molte stagioni, utilizzando le proprie (eccezionali) qualità proprio quando è servito. E hai voglia a dire che probabilmente le attuali macchine da Gran Premio sono, per loro stessa natura e con tutti i loro servocomandi, più facili da pilotare di un tempo, che impegnano meno il fisico o che i loro comportamenti dinamici sono in realtà già conosciuti perché previsti in anticipo al computer ovvero ai vari simulatori che, ahimé, hanno sostituito gli effettivi test in pista di una volta. Tutto vero, forse; tuttavia, questi complicatissimi giocattoli pure vanno guidati, in qualche maniera, e l’olandesino volante, recente protagonista in terra iberica, rappresenta (anzi, incarna) l’archetipo del pilota “generazione Play Station” dell’epoca moderna, pronto a reagire a ordini radio e a spie colorate, lucido su pulsanti più da joystick che da volante, preparato (votato, oserei dire) fin dall’infanzia al suo luminoso ed inevitabile destino di gloria. Il punto è che, in ogni caso, stiamo parlando di capacità straordinarie, di uno sportivo a livelli d’eccellenza come ne nascono forse uno o due ad ogni generazione. Un predestinato senz’altro, come ho visto poche volte in passato (Senna nel 1984, Schumacher nel 1991, Vettel e Hamilton nel 2006/2007, giusto per fare qualche nome, e senza andar indietro oltre per ragioni anagrafiche). Anche perché (riprendendo il parallelo sportivo -per noi esaltante- dello scorso fine settimana), ambedue gli atleti in parola, con il pallone uno e con il volante l’altro, si sono resi protagonisti ciascuno di un’impresa che, ognuna nel suo campo (è proprio il caso di dire), è probabilmente destinata a restare insuperata, se in non in termini assoluti almeno per un tempo che è ragionevole ipotizzare lunghissimo. Infatti, se è vero che i trentasei gol dell’asso argentino, a sessantasei anni dal precedente primato di Nordhal, costituiscono ben diverso (e infinitamente più difficile) traguardo rispetto ad altrettante -o anche più- marcature segnate, con tutto il rispetto, in altri campionati (i tantissimi -certamente più esperti di calcio del sottoscritto- saranno senz’altro d’accordo, e quindi sfido chiunque a scommettere nel superamento del risultato conseguito quest’anno dal Pipita), è altrettanto ragionevole ipotizzare che il record stabilito dall’imberbe olandese in terra catalana sia destinato a restare ineguagliato non voglio dire per sempre ma giù di lì. A maggior ragione, dal momento che l’asticella, nella fattispecie, è stata spostata in alto (cioè, indietro) di quasi tre anni rispetto al precedente primato di trionfante precocità (Vettel -gira gira sempre di assi si parla- a Monza nel 2008 vinse il suo primo GP a poco più di ventun’anni d’età). Imprese, per concludere, evidentemente alla portata, nei fatti e al netto delle circostanze favorevoli, solo di individui eccezionali, geneticamente (o per divina grazia, fate voi) dotati ben al di sopra dei normali canoni di merito e bravura. In una parola, dei talenti assoluti, quelli che vengono al mondo, per usare un paragone mistico, recando con sé le stimmate dei fuoriclasse. E che tali resteranno nella memoria collettiva e negli annali sportivi.

I predestinati, appunto.

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