Le suppposizioni indimostrabili spacciate per giornalismo d’inchiesta

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di Enrico Ariemma

L’università non è ambiente pervaso da edenica innocenza, ne parlavo stamane con un paio di colleghi illuminati. Mica credo di lavorare in un paradiso acronico e idillico, un’età dell’oro storicizzata e attualizzata, un volemosebbene solare e ecumenico; conosco abbastanza splendori (tanti) e miserie (non poche) dell’accademia italiana, tali e quali, visto che si va per corporazioni si arti e di mestieri, a quelli dei medici, degli avvocati, dei commercialisti, dei politici, dei cantautori, dei portieri d’albergo, delle casalinghe, dei giornalisti e dei boy-scout.

Ma ho convinzione piena che per parlare di università atteggiandosi a Savonarola col timer sia necessario conoscerne i meccanismi che internamente ne normoregolano il funzionamento, roba ignorata da molti, eppure l’unica via di fuga dal qualunquismo d’accatto, l’unico svincolo dalla confusione premeditata di sospetto rosicone (generalizzato, e smettetela) e scandalo conclamato (ogni tanto ci sta pure quello, e dove si infrangono norme e leggi la giustizia fa il suo corso).

L’articolo dell’Espresso sull’allieva di Conte vincitrice col Maestro in commissione, una sequela di suppposizioni indimostrabili spacciate per giornalismo d’inchiesta e controinformazione d’assalto, è il periodico, esasperante attacco frontale permanente fondato su pochi miseri ubi consistam, l’inciucio, i rumores, l’illazione, la convinzione che in fondo sia tutto un magna magna, il principio per cui chi non vince, chi rimane fuori, è pregiudizialmente più bravo e meritevole di chi sta dentro, un tourbillon fantasmagorico di doppiopesismi e doppie morali, la mancata comprensione dei meccanismi discrezionali che gestiscono composizione e operatività delle commissioni, forse anche la mancata lettura degli atti, e non viene in mente nemmeno per un momento che chi ha vinto potrebbe essere, almeno una volta sola, più bravo degli altri. Trovo squallida la solita stura data, stavolta implicitamente rispetto ad altre occasioni, al “tutti ladri”, “tutti baroni”, “tutti papponi e ricottari”, “poveri figli nostri, in mano a chi stanno”, che vede in prima fila, mischiati in un cocktail malriuscito e maleodorante, l’uomo della strada, che di meccanismi di reclutamento non sa niente, qualche manipolo di frustrati e organi di informazione.

Tranquilli, se Conte in quella commissione non ci poteva stare, sarebbe stato rimosso. Accade, in Italia, che se segnali una anomalia, una incompatibilità taciuta dall’interessato, l’interessato venga poi rimosso, sembra incredibile ma accade. Nelle democrazie occidentali funziona così. Dunque, stare sereni. Se si infrangono le regole, che ci sono, esistono le leggi, che ci sono, inutile andare di moralismi ottusi e chiagnazzari. Si indaga ed eventualmente si sanziona per bene.

Insomma in questo pezzo dell’Espresso, che si occupa di un caso particolare, si parla di un vincitore, oggetto di inutile sospetto, e di un drappello di “trombati”, che sicuramente, in varia misura, saranno stati tutti più o meno degni di competere per il posto vinto dall’allieva di Conte, donde l’insinuazione, mica la prova. E tuttavia quello che conta è che i candidati c’erano, al concorso ci sono andati, e a quelli va la mia solidarietà.

Dunque, se negli atti, dalla nomina della commissione all’estremo espletamento dell’ìultima scheggia di valutazione, non ci sono vizi, indizi di corruzione, e cose del genere, si accolga sorridenti l’approvazione degli atti medesimi, e si entri nell’ordine di idee che possa aver vinto il più meritevole. Intendiamoci, c’è tanta gente, conosco tantissimi colleghi coetanei o più giovani, che operano ad esempio da dio nei licei e rispetto a cui, personalmente, provo la “vergogna di essere entrato” a suo tempo. Si tratta di gente seria, preparata, con una institutio di livello e con talento comunicativo, che “non ce l’ha fatta”: i posti di eccellenza sono sempre minori dei candidati potenziali e reali idonei, e dunque c’è chi resta fuori. Uomini e donne degni di stima, che si sono sporcati le mani presentandosi ai concorsi, prendendo le botte, e io so quante ne ho prese, mettendosi in gioco, sottoponendosi all’onere delle forche caudine della valutazione: è le regola bellezza, se vuoi “entrare” le accetti, altrimenti te ne stai al chiuso delle quattro mura, in isolamento sdegnoso, forte magari dei consigli dei maestri che dicono “non ci andare”, io sono un maestro pessimo ma non lo farei mai con un mio allievo, se lo ritenessi idoneo; lo farei, invece, e forse i veri maestri lo fanno, con uno scarso.

Quelli che invece non possono parlare manco di striscio, a mio parere, e la cui voce invece ad ogni levata di rumores si fa sentire indignata, ma senza alzarsi dal divano su cui sono rimasti quando c’era il concorso potenzialmente adatto a loro, sono i “ma tanto io non ci vado ai concorsi perché già so come finiscono”. O lo sanno per davvero, e allora: si denunci, perché non lo si è denunciato? o si chiuda la bocca da castoro rosicante in letargo permanente, che purtroppo quando si aspira a entrare dentro una istituzione si accettano regole, che prevedono il giudizio. Se uno viene buttato fuori (ingiustamente o no), parli pure; se rifiuta il confronto concorsuale, scuola, università o qualunque cosa, si abbia il buon senso di tacere dinanzi al mondo, ché si risulta non più che gracchianti. Dopo essere stati giudicati, e prendendo atto che in qualsiasi ambito dell’umana vita 1. una commissione, purtroppo, ha discrezionalità su alcune cose, 2. bisogna appellarsi all’onestà intellettuale della medesima, se si ipotizzano irregolarità di forma e di sostanza ci sono strumenti per intraprendere contenziosi o spingere procure ad aprire fascicoli.

Ma ai concorsi SI VIENE, sempre, per avere il diritto di parlarne poi; per dire “io ci sono stato”. È sempre dentro le istituzioni che si compete per acquisire titoli: non si è professori perché si sa un po’ di biologia, di greco, di diritto, estimo: si è professori se si fanno i concorsi e dopo averne persi dieci se ne vince uno, altrimenti si usurpa un titolo nel chiuso di una stanzetta, si chiama falso ideologico, e si è non troppo diversi dal chirurgo che opera, e anche non male, per vent’anni ma poi si scopre che era un idraulico.

Per il resto, fermo restando che di singole brutte situazioni abbonda l’università come l’universo mondo, quanto sarebbe bello un rigurgito di rispetto verso chi, senza chiedere gratificazioni morali o materiali, ma semplicemente facendo il proprio dovere, dunque la più lapalissiana delle non-notizie, lavora con dignità, impegno, talvolta, udite udite, genialità.

Enrico Ariemma

Enrico Ariemma Docente di Lingua e Letteratura latina presso l’Università di Salerno. Uomo di inverni miti e di estati di passione, malato di Napoli e di filologia, in quale ordine non saprebbe dire. Chirurgo di testi per vocazione antica e per impegno accademico, prova con francescana ostinazione a educare alla Bellezza, dinanzi ai cui inattesi impercettibili cristalli si stupisce e si commuove. Per questo detesta con pervicace ostinazione il brutto, il crasso, il banale, il volgare. Stanziale da quarant’anni al San Paolo, legge, scrive, insegna, cavalca una moto, inforca gli sci, va per mare, vagabonda per mostre, viaggia per le leghe del pensiero e per le strade del mondo. Ama.