Lo scugnizzo malinconico

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di Gianluca Spera

«Morto un Troisi non se ne fa un altro», Roberto Benigni aveva intuito che quella perdita prematura sarebbe stata definitiva. La singolarità del personaggio non avrebbe permesso la riproducibilità del suo pensiero o delle sue opere attraverso nuovi interpreti o in forme diverse. Il 4 giugno 1994 è stata consegnata alla storia una rappresentazione unica, inimitabile, originale. Massimo Troisi è stato il degno erede della grande tradizione partenopea che lo aveva preceduto. Si è distinto come la versione aggiornata di Totò ed Eduardo De Filippo. Ha studiato dai classici del passato, ne ha assimilato l’acutezza e li ha trasfusi in un stile inconfondibile, moderno e innovativo per i suoi tempi, che lo ha consacrato nella cinematografia nazionale e gli conferito l’immortalità artistica.

Di maldestri tentativi di imitazioni se ne contano a bizzeffe. Ma provare a reinterpretare Troisi è un’operazione troppo complicata, quasi impossibile. Carica lo sventurato improvvisatore di un fardello insopportabile, lo catapulta in una situazione più grande di lui che si rivelerà, inevitabilmente, un’impresa temeraria dalla quale emergerà soltanto un senso di scoraggiante inadeguatezza. Ci si ritrova in una vicenda simile a quella di coloro che hanno vestito la maglia numero dieci dell’Argentina e sono stati, incautamente e frettolosamente, paragonati a Maradona.  Non ci può essere e non ci sarà mai un nuovo Troisi così come non ci saranno altri Maradona. La genialità è contemporaneamente inafferrabile e ineffabile, nel senso che non la si può toccare e non la si può esprimere se non si è dotati di uno straordinario talento fin dalla nascita.

La naturale propensione allo sberleffo, alla desacralizzazione, era il biglietto da visita di Troisi. Era capace di mettere alla berlina la religione che degrada in superstizione, la sterile retorica patriottica, l’ideologia fascista, il matrimonio, la tradizione, i luoghi comuni sulla “napoletanità” o sui meridionali con una spontaneità dissacrante, espressa mediante balbettii, smorfie, pause, frasi spezzate o interrotte, con quella delicata timidezza che lo contraddistingueva.

Resteranno scolpite nella memoria le sue battute fulminanti sulla “Madonna che ride”, sui miracoli “facili e difficili, la sua ritrosia verso l’oscurantismo scaramantico, lo sguardo sagace sull’opprimente peso di credenze e abitudini che condizionano negativamente le esistenze di tutti noi, simboleggiate dal famoso Robertino, ostaggio del bigottismo materno e del cupo perbenismo della società italiana degli anni ‘80.

La maggior parte della produzione di Troisi si è sviluppata proprio in quel periodo, in quegli anni di stridenti contraddizioni. L’edonismo reaganiano, il thatcherismo, il boom economico si erano fermati a nord di Napoli e provincia, dove si contava un morto di camorra al giorno e un tasso di disoccupazione da guinness dei primati. Troisi, per esprimere il dolore, non aveva bisogno di esibire il sangue. Gli bastava mostrare gli effetti che quella precarietà disorientante produceva sulle persone, distruggendo futuro professionale e certezze personali.

Gli anni ’80 sono stati anche quelli delle vittorie calcistiche che furono vissute in prima persona da Massimo, con tutta l’amara ironia dovuta all’ostilità del resto del Paese che già si cibava – peraltro succede ancora oggi – di insulti discriminanti, offese volgari e rozze. Quel “campione del Nord Africa”, appiccicato sul Napoli come un marchio d’infamia, venne liquidato, inesorabilmente, da Troisi come un’inopportuna battuta da Sudafrica, il Paese in cui regnava quell’abietta forma di segregazione razziale definita apartheid.

Ci manca quest’innata capacità di spiazzare l’interlocutore e di spazzare via l’odio con un’estemporanea arguzia che, come il ‘pernacchio’ di Eduardo ne L’oro di Napoli o quello di Totò ne I due marescialli, non ammette repliche. Troisi aveva la capacità di ribaltare le situazioni con quella apparente semplicità che nascondeva una profonda complessità d’animo e di pensiero. Era in grado di dominare la scena in ogni occasione. Pure un piccolo sketch si trasformava in una formidabile esibizione con cui riusciva a ridicolizzare ogni distorsione con esempi paradossali e ingegnosi, come il ritrovamento di un disco di Peppino Di Capri a casa di Umberto Bossi durante una riunione della Lega Nord oppure la vita libertina condotta dal figlio di Andreotti,  favorita dalla distrazione del padre che, come non si accorgeva di stragi, delitti e servizi segreti deviati, allo stesso modo, tollerava l’esuberanza di un figlio.

Ogni concetto veniva espresso volutamente in napoletano in segno di sfida culturale, di stimolo intellettuale alla pigrizia di una fetta della popolazione settentrionale. Si trattava di un’ostentazione orgogliosa delle proprie origini ma anche di un modo di imporre una lingua e non un dialetto, di costringere il resto d’Italia a capire la complicata realtà meridionale senza pregiudizi o criminalizzazioni, a misurarsi con un mondo che la parte opulenta del Paese tendeva, nella migliore delle occasioni, a scacciare come se si trattasse di un insetto fastidioso. «Io parlo, io penso, io sogno in napoletano, mi devono capire».

Di Troisi, oggi più che mai, ne avremmo tanto bisogno. Ora che pure la comicità si è incarognita, che, se non si urla o se non si sbraita, non si conquistano le luci della ribalta e non si apre il sipario del palcoscenico, quella garbata forma di dissenso, quel sorriso che esprimeva una critica sociale raffinata e intelligente, sarebbe un efficace antidoto contro la volgare deriva contemporanea.

La sua produzione artistica sopravvive e sopravvivrà, la sua malinconica allegria ci ha conquistati ma, un giorno, s’è improvvisamente arrestata e ci siamo dovuti accontentare di pescare brandelli delle sue opere dal materiale e dai filmati del suo prezioso archivio. Ma, ogni volta che il suo viso, tenero e malinconico, scorre sullo schermo, si ha sempre la nostalgica sensazione che, in sottofondo, sia rimasto l’assordante suono di un silenzio prolungato e ineliminabile.

Gianluca Spera

Gianluca Spera, classe 1978. Di professione avvocato da cui trae infinita ispirazione. Scrittore per vocazione e istinto di conservazione. I suoi racconti “Nella tana del topo” e “L’ultima notte dell’anno” sono stati premiati nell’ambito del concorso “Arianna Ziccardi”. Il racconto “Nel ventre del potere” è stato pubblicato all’interno dell’antologia noir “Rosso perfetto-nero perfetto” (edita da Ippiter Edizioni). Autore del romanzo "Delitto di una notte di mezza estate" (Ad est dell'equatore)" Napoletano per affinità, elezione e adozione. Crede che le parole siano l’ultimo baluardo a difesa della libertà e dei diritti. «L'italiano non è l'italiano: è il ragionare», insegnava Sciascia. E’ giunta l’ora di recuperare linguaggio e ingegno. Prima di cadere nel fondo del pozzo dove non c’è più la verità ma solo la definitiva sottomissione alla tirannia della frivolezza.