Napoli, un applauso interminabile e bellissimo.

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Un applauso così lungo, a partita in corso, è un evento del tutto irrituale, ma anche un miracolo, per sua stessa etimologica natura, è una cosa irrituale, una cosa che, lasciandoti stupito, a bocca aperta, si tira appresso un pulviscolo di reazioni individuali atipiche che diventano, nel battito d’ali di un secondo, presa di coscienza collettiva.

L’applauso, dopo un po’ di cori attesi, canonici, assortiti, e dopo una frazione infinitesimale di tempo in cui, nel mezzo di un ordinario orgasmico palleggio lungo quarantaquattro tocchi, il canto si fa silenzio, pausa, afasia, segna il trionfo del linguaggio del corpo nel battimani spontaneo, sintonico, armonico della standing ovation, l’equivalente calcistico dell’ora e venti di applausi con centouno chiamate alla Staatsoper di Vienna per l’Otello con Domingo, quello a Charlie Chaplin per l’oscar alla carriera. Cose così.

Cinque, sei, sette minuti. Nulla di rubricabile alle voci bava, pancia, madonne, la scena era impastata di gratitudine, ammirazione, compiacimento, e questo cocktail shakerato così virtuosamente, pur nella debordante componente empatica, recava in sé un quid di, come dire, intellettualmente distaccato. Non era il tifo per il Napoli in questione, non la malattia veniva celebrata; si stava ringraziando il Napoli, che è altra cosa.

Non si era felici per avere ridotto l’aquila a brandelli, si era consci di avere conseguito il diploma di educatori alla bellezza perché si è avuto per maestri coloro che la bellezza la portano tatuata su cuore e adduttori e la imprimono a fuoco, ma con la dolcezza del marchio felpato, sul pallone.

Il bello estetico coincide con il bene e diviene bello etico.

È per cose come questa, è per la festa collettiva di fine partita, ogni volta uguale a se stessa e dunque non irrituale ma ritualissima, desiderata dai calciatori almeno quanto dai tifosi, che il limone non basta, che l’odio, la bile, il livore definiscono la cifra espressiva di un paese intero, sì, ok, ci odiano perché siamo siamo napolecani, ma non è solo questo, non è più solo questo, siamo anche il baco del sistema, siamo l’opposizione a un sistema che progetta, supporta, promuove e realizza i furti di polli altrui.

Questo no, non l’avevano previsto, così come mai avrebbero pensato che, lungi dall’urlo scomposto dell’orgia collettiva, trentamila persone, pacificate, rasserenate, trasportate nell’altrove del Nirvana permanente, avrebbero ammirato a mani spellate bocca aperta e ad occhi increduli quello di cui soltanto Marte in grembo a Venere, può pascersi.

Orgoglioso e felice di esserci stato, io che, dopo due notti insonni, continuo a cantare sommesso e felice.

“Sarò con te, e tu non devi mollare, abbiamo un sogno nel cuore, Napoli torna campione”

Enrico Ariemma

Enrico Ariemma Docente di Lingua e Letteratura latina presso l’Università di Salerno. Uomo di inverni miti e di estati di passione, malato di Napoli e di filologia, in quale ordine non saprebbe dire. Chirurgo di testi per vocazione antica e per impegno accademico, prova con francescana ostinazione a educare alla Bellezza, dinanzi ai cui inattesi impercettibili cristalli si stupisce e si commuove. Per questo detesta con pervicace ostinazione il brutto, il crasso, il banale, il volgare. Stanziale da quarant’anni al San Paolo, legge, scrive, insegna, cavalca una moto, inforca gli sci, va per mare, vagabonda per mostre, viaggia per le leghe del pensiero e per le strade del mondo. Ama.