Se cresce il rancore sociale…

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Uno dei dati più importanti, che viene messo in evidenza da un articolo di recente pubblicazione su Repubblica, è la crescita del rancore fra le nuove generazioni in modo particolare, che costituisce certo un segnale molto forte dello stato di disagio che, oggi, attraversa la società italiana.

Le differenze fra ricchi e poveri, integrati ed esclusi dal sistema economico, sono in netto aumento, nonostante, nel corso degli ultimi anni, molto spesso siano state messe in essere politiche di integrazione e di contrasto alle forme più evidenti di emarginazione.

È ovvio che il conflitto non riguarda solo i diversi ceti, ma soprattutto le generazioni, visto che le differenze più stridenti sono quelle fra coloro che sono cresciuti nel corso del Novecento e gli adolescenti che, invece, oggi si affacciano al mondo del lavoro e della produzione.

Mentre i primi hanno potuto godere di un sistema di tutele sociali, che ha garantito loro la previdenza, la sanità e l’istruzione pubblica, i secondi non hanno le medesime certezze, visto che, per loro, la pensione sarà un vero e proprio miraggio, mentre la sanità e l’istruzione diventeranno, sempre più, un privilegio per pochi.

Cosa, allora, si può fare per alleviare un simile ordine di cose?

È evidente che le scelte, compiute nel secolo scorso, sono irreversibili, per cui oggi i giovani si trovano a pagare i debiti fatti dai loro genitori e partono, quindi, da una condizione molto più difficile di quella da cui partiva la società subito dopo la conclusione della Seconda Guerra Mondiale, soprattutto per effetto di un gigantesco debito pubblico, che rende precaria la prospettiva di un futuro orizzonte.

In tale contesto, si alimenta l’odio fra chi possiede qualcosa e chi, invece, è del tutto privo di una minima certezza, su cui poter costruire il proprio futuro con relativa serenità e tranquillità.

Le politiche di integrazione non sempre hanno conseguito l’obiettivo, che si erano date, ed in particolare non si sa fino a quando queste potranno essere implementate, visto che le risorse comunitarie non possono essere illimitate ed, a breve, saranno ridistribuite con maggiore parsimonia di quanto successo nel recente passato, dal momento che si amplia sempre più la platea di coloro che hanno diritto ad interventi assistenziali.

In tale contesto, è ovvio che la politica dovrebbe cercare gli strumenti della mediazione, ma essa stessa è ampiamente delegittimata, per cui mancano i giusti interlocutori istituzionali, che siano in grado di favorire il dialogo e di costruire le premesse per un consesso più articolato, ma anche più ordinato e meno conflittuale al suo interno.

E, molto spesso, si va alla ricerca non delle ragioni dell’incontro, ma dei motivi di differenziazione fra opposti, per cui, come nel caso della gestione degli extra-comunitari, si costruisce il nemico di turno perché, su questi, possa convogliare l’odio sociale con la conseguente individuazione di un capro espiatorio.

È ineluttabile che una società siffatta non ha molte possibilità di crescere e di vivere in un contesto di armonia, per cui delle due l’una: o si ricostruiscono le ragioni dello stare insieme, partendo da valori condivisi, che enfatizzino la sfera dei sentimenti virtuosi e della retta moralità, o si andrà incontro ad un’implosione, che determinerà effetti molto più devastanti di quelli che si sono verificati, nel corso del Novecento, a causa delle guerre e del conflitto fra opposte ideologie.

 

Rosario Pesce

Dirigente scolastico, dapprima nella secondaria di primo grado e, successivamente, nella secondaria di II grado.
Gli piace scrivere di scuola, servizi, cultura, attualità, politica.
I suoi articoli sono stati già pubblicati da riviste specialistiche, cartacee ed on-line, e da testate, quali: Tecnica della scuola, Tuttoscuola, Edscuola, Ftnews, Contattolab.