The post, un porno per i giornalisti

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di Mario Piccirillo

L’esperimento sociale, portare al cinema per The Post una donna che non fa la giornalista e non gliene frega granché di quel mondo, era a prova di bomba. Spielberg errori da scuola dell’obbligo della narrazione cinematografica non ne fa, tirerebbe fuori spettacolo pure dalla lettura del bugiardino dell’enterogermina. E quindi, sì, le è piaciuto. Anche se poi, in fondo, lustrata tutta quella patina di retorica perfettamente confezionata, ha inteso ciò che tutti più o meno avevano capito: The Post è un porno per giornalisti. O almeno per quelli che hanno assaggiato, per età e studi, quel mondo “morale” e “idealista” e altri aggettivi che chiamano virgolette: il cane da guardia della politica, il quarto potere e bla bla bla. La storia, il Washington Post che lotta con l’amministrazione Nixon per il diritto alla pubblicazione dei Pentagon Papers, è quella e vabbé. Tra l’altro, è lì che Spielberg fa la magia, sai già come va a finire eppure sgranocchi compulsivamente la razione di popcorn manco fosse un thriller con sorpresa. Ed effettivamente mezza sala, facciamo tre quarti, si gusta il film proprio nella sua essenza di show d’intrattenimento impegnato.

E’ sabato, spettacolo delle 16: l’età media è di poco inferiore a quella dei cantanti di Sanremo, e alcuni davvero non so come facciano a risvegliare le gambe dopo due ore di costrizione in quel postribolo. Ma il giornalista diversamente accompagnato se ne sta lì ad eccitarsi come un adolescente alle prime pulsioni sessuali: c’è la nebbia da nicotina in redazione, le macchine da scrivere, la posta pneumatica per mandare i pezzi in tipografia, le linotype per comporre il giornale manco fossimo in un’officina con tutto quel grasso e il piombo fuso. C’è la redazione del Washington Post, che Rick Carter e Janusz Kaminski riportano alla vita in tutta la sua perfezione documentaristica.

C’è il reporter che va a telefonare in strada, coi gettoni che gli cadono dalle tasche. La pellicola trasuda perfino il fantomatico odore della carta, lo sentiamo con gli occhi ma c’è. E c’è soprattutto tutto un modo di fare il giornalista che non esiste più, e che forse da queste parti chissà se è mai esistito. Lo scrivo mentre il mio sistema nervoso combatte contro la grammatica degli uffici stampa, alcuni dei quali potrebbero impegnare il proprio e l’altrui tempo a raccogliere punti fragola invece di scrivere robe da capate in bocca. E’ un mondo, quello, in cui il praticante viene chiamato dal direttore (proprio così: “Praticante! Vieni qui giovanotto!”) a farsi un giro nella redazione concorrente – il New York Times – per scoprire cosa ha in mano la grande firma rivale. E in cui il concetto di libertà di stampa, altrimenti detto “ce ne fottiamo del Presidente degli Stati Uniti e della galera purché il popolo sia informato”, è talmente nella carne del mestiere che non si pone alcun dubbio che tutto alla fine si riduca a quello. Retorica fin che vuoi, ma un tempo, almeno negli Stati Uniti, nei grandi giornali, era così. E se anche così non fosse stato, a noi che negli anni 70 nascevamo, e che negli anni 90 invece di iscriverci ad ingegneria “perché così poi hai il posto assicurato” viravamo sull’allucinazione collettiva che firmare pezzi su un giornale avrebbe dato un senso alle nostre vite, beh… ce l’hanno raccontata così bene che non c’è storia: è vero, e basta. Il disincanto successivo, dovuto alla ragionevolezza della post-pubertà che da noi sopraggiunge oltre i 30, non avrebbe mai scalfito tale sicurezza: il giornalismo, per noi, è Ben Bradlee che mette al suo posto la sua editrice, Katharine Meyer Graham, nel sacrosanto rispetto dei ruoli. Capite bene che nella realtà queste cose non succedono, non più. Ed è perciò che rilanciamo: non è solo un porno per i feticisti del genere, è fantascienza!

Certo, comprendiamo, nell’era Trump un tema del genere, il rapporto tra la stampa e il potere, è superato dalla cronaca e farne un messaggio è un po’ scontato. E ovviamente non ci vuole chissà che sforzo a rintracciare l’occhiolino del film al ruolo della donna e alla sociologia di genere annessa. Ma è Spielberg, dannazione! Non ve lo farà pesare mai. Fila tutto liscio per due ore, fluido e appagante, senza spigoli. Non per altro sono arrivato a 4.000 battute senza mai scrivere Tom Hanks e Maryl Streep… Non ce n’era bisogno. Magari una piccola notazione sul cast di affilata derivazione tv però ci sta. Per chi ha il tarlo delle serie, vi faccio l’appello e capirete: Sarah Paulson (American horror Story, Studio 60 on the Sunset Strip, Il caso OJ Simpson ecc…), Bob Odenkirk (Breaking Bad, Better Call Saul), Bradley Whitford (West Wing), Matthew Rhys (The Americans), Alison Brie (Community), Carrie Coon (The Leftovers), David Cross (Arrested Development), Jesse Plemons (Breaking Bad), Michael Stuhlbarg (Boardwalk Empire, Damages ecc…), Zach Woods (Silicon Valley, The Good Wife, The Office). Devo continuare? No, questo elenco è per impallinati d’altro genere. The Post, e poi la finisco, è come andare allo stadio a veder giocare il Napoli pure se non ti piace il calcio: ti godi lo spettacolo, e se vicino a te c’è un tifoso, glielo leggi negli occhi: per lui quella è pornografia.

Pasquale D'Anna

Nasce nella terra di San Ludovico, divide il suo tempo tra l' Ateneo Federiciano e il Domenicale. Laurea in Scienze dell'Amministrazione e dell'Organizzazione alla Federico II. Da ragazzo voleva fare il critico cinematografico ma ha rinunciato perchè " il cinema è una cosa troppo seria per confonderla con i giornali". Ha diverse passioni, tra queste: parlare con la figlia Ludovica e "passare più tempo possibile davanti al mare" . Specchio d'acqua di riferimento: il porto di Palinuro. E' ardente ammiratore di Paolo Sorrentino, Joe Barbieri e Paolo Conte...Odia le persone che lo toccano quando parlano e non smetterebbe mai di leggere il Commissario Ricciardi. Il suo attuale "pensatore" di riferimento è Marek Hamsik.