Ultimo stadio

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Non è semplice razzismo o, come viene definito con linguaggio burocratico, discriminazione territoriale. No, è qualcosa di molto più profondo: è odio etnico, violenza repressa, forse anche un terribile complesso di inferiorità che trova sfogo nelle  oscene melodie del branco curvaiolo.

Non è possibile che le partite del Napoli in trasferta si svolgano in un clima da apartheid. Ieri, al termine di una stagione scandita da questi cori indecenti, cantati in passato anche da Matteo Salvini a margine di un raduno leghista, un arbitro ha finalmente deciso di interrompere la partita e consentire a queste urla animalesche di placarsi.

Eppure, a guardare quei visi deformati che inveivano anche contro il presidente Ferrero sceso in campo per rabbonire le bestie, si faceva estrema fatica a rintracciare un connotato di umanità nei loro sguardi feroci e nei gesti triviali.

Quattro scappati di casa” li ha definiti il presidente doriano. In effetti, i trogloditi erano ben più di quattro.  Marco Giampaolo, l’allenatore blucerchiato che qualcuno indica come possibile successore di Sarri sulla panchina azzurra, ha minimizzato la cosa: sono cori da stadio. Non il modo migliore per rinforzare la sua candidatura, né per rendere giustizia a quanto accaduto.

Maurizio Sarri, invece, non ha usato mezzi termini: questi ignoranti hanno un’idea malata di Napoli. Probabilmente, la patologica degenerazione del cervello di questi cavernicoli si estende anche ad altri campi dello scibile umano. Quello che fa specie è registrare come questo livore sia comune, con rare eccezioni, alle tifoserie di tutto il Paese: unisce atalantini, veronesi, laziali, romanisti, interisti, milanisti, fiorentini, sampdoriani, cagliaritani e via seguendo. Un unico coro stonato che parte ad agosto e termina a maggio nell’indifferenza delle televisioni che sborsano milioni e milioni per trasmettere le partite e della Figc troppo morbida nelle sanzioni che spesso si limitano a multe irrisorie. Forse anche della politica che, se ne è capace, un paio di domande sulla  solidità del tessuto civile del Paese pure dovrebbe porsele.

Sarebbe banale e retorico provare a confutare le tesi strampalate di questi mentecatti o sbattergli in faccia tutte le bellezze di Napoli (che non sono un alibi o uno schermo di protezione per le tante cose che non funzionano). Loro sono convinti che i napoletani puzzino e meritino di essere disinfettati dalla lava incandescente del Vesuvio. Insomma, roba da chiedere un trattamento sanitario obbligatorio. Nessuna persona sana di mente può vomitare una simile sconcezza.

Resta, allora, un enorme rammarico e pure una viva indignazione per tutti quelli che giustificano questi misfatti, o che, anche avendo i mezzi e l’autorità, restano a guardare diventando inevitabilmente complici silenziosi di questo schifo.

Gianluca Spera

Gianluca Spera, classe 1978. Di professione avvocato da cui trae infinita ispirazione. Scrittore per vocazione e istinto di conservazione. I suoi racconti “Nella tana del topo” e “L’ultima notte dell’anno” sono stati premiati nell’ambito del concorso “Arianna Ziccardi”. Il racconto “Nel ventre del potere” è stato pubblicato all’interno dell’antologia noir “Rosso perfetto-nero perfetto” (edita da Ippiter Edizioni). Autore del romanzo "Delitto di una notte di mezza estate" (Ad est dell'equatore)" Napoletano per affinità, elezione e adozione. Crede che le parole siano l’ultimo baluardo a difesa della libertà e dei diritti. «L'italiano non è l'italiano: è il ragionare», insegnava Sciascia. E’ giunta l’ora di recuperare linguaggio e ingegno. Prima di cadere nel fondo del pozzo dove non c’è più la verità ma solo la definitiva sottomissione alla tirannia della frivolezza.