Se la politica diviene autoreferenziale

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È un dato: la politica italiana è, sempre più, autoreferenziale.

Ormai, il ceto politico viene visto – non sempre a torto – come una lobby, unicamente interessata a perseguire il proprio interesse.

È, questo, un punto di vista dominante fra la pubblica opinione, che induce atteggiamenti populistici, molto forti in particolare in alcuni Paesi d’Europa, come l’Italia appunto.

Altrove – è il caso della Germania, ad esempio – invece il ceto politico conserva, tuttora, la propria autorevolezza, per cui la Merkel è, a tutti gli effetti, la “domina” di quello Stato, secondo un atteggiamento che il nostro Paese ha conosciuto ai tempi della Democrazia Cristiana di De Gasperi, Moro ed Andreotti.

È ovvio che la crisi economica gioca un ruolo essenziale.

Laddove l’economia regge, come nella nazione che funge da traino per l’intero continente, è chiaro che i partiti, ereditati dal Novecento, riescono a conservare una presenza importante nella società e tra gli elettori.

Invece, altrettanto ovviamente, laddove l’economia è in sofferenza, i partiti non hanno la medesima forza e si assiste, periodicamente, alla morte di talune forze ed alla nascita di altre, destinate – in taluni casi – a resistere, per davvero, per brevissimo tempo e ad estinguersi senza troppi rimpianti da parte degli elettori.

D’altronde, sappiamo bene come, quando il portafogli del cittadino medio è pieno, la politica non può che trarne effetti benefici, ma quando si va in un lungo periodo di crisi economica, ineluttabilmente i primi ad essere additati come responsabili del fallimento sono coloro che hanno ricoperto ruoli istituzionali, contro i quali si rivolgono gli strali di chi, con difficoltà, riesce a vedere un futuro per sé e per i propri figli.

Purtroppo, l’Italia è il Paese più vulnerabile, visto che qui la delegittimazione della politica è giunta molto prima della crisi economica.

A partire da Tangentopoli (1992/94), i partiti sono stati progressivamente indeboliti, svuotati della loro funzione e gettati al vento allo stesso modo di un rifiuto, che è opportuno depositare in discarica.

Così, non solo è saltata la tradizione, politica e culturale, delle formazioni nate alla fine dell’Ottocento ed agli inizi del Novecento, ma è iniziato un ciclo storico – quello che, appunto, stiamo vivendo – nel corso del quale i partiti si identificano con il loro leader, diventando partiti “di proprietà” di qualcuno, che acquisisce un potere simile per la forza economica, che possiede, o per la capacità mediatica che riesce a trasmettere.

Il primo ad avviare una simile tradizione fu Marco Pannella, che chiuse l’esperienza dei Radicali per far nascere la lista omonima; poi, è arrivato Berlusconi, poi ancora Grillo, Salvini e tutti quelli che animano, oggi, il dibattito parlamentare.

Può essere, questo, il futuro della nostra politica e delle nostre istituzioni democratiche?

Certo che no!

Ed, allora, sarebbe necessario che il ceto politico torni a studiare; vada ad ancorare le proprie idee ed i valori a delle tradizioni di pensiero, che altrimenti rischiano di scomparire, lasciando il campo alla vittoria incontrastata del danaro e del mercato.

Non è un caso se, nel percorso di delegittimazione della politica, abbia acquisito forza e vigore il grande capitalismo mondiale, che è riuscito a vincere la lotta di classe, eliminando appunto tutte quelle forze intermedie, partiti e sindacati, che nel corso del XX secolo erano una garanzia di emancipazione per tutti i lavoratori.

Cosa fare, quindi?

Tornare alla vecchia dialettica Destra-Sinistra?

Abbandonare modelli neo-liberistici, che hanno decostruito il sistema del consenso e dei partiti, così come questi erano stati consegnati, all’Europa, dalla tradizione post-Rivoluzione Francese?

Procedere lungo una tradizione di rinnovamento, che non equivalga alla mera e semplicistica rottamazione?

Come si vede, i quesiti non mancano, ma certo bisogna pur darsi da fare, a meno che non si voglia, per tal via, ratificare la morte sciagurata della democrazia e dello Stato moderno, così come questo si è venuto costruendo nei due secoli precedenti.

 

Rosario Pesce

Dirigente scolastico, dapprima nella secondaria di primo grado e, successivamente, nella secondaria di II grado. Gli piace scrivere di scuola, servizi, cultura, attualità, politica. I suoi articoli sono stati già pubblicati da riviste specialistiche, cartacee ed on-line, e da testate, quali: Tecnica della scuola, Tuttoscuola, Edscuola, Ftnews, Contattolab.