Una pessima Nazionale

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Quella osservata l’altra sera non è, affatto, una Nazionale di calcio che rimarrà nella storia.

È, ormai, evidente che il livello tecnico dei nostri azzurri non è, per nulla, paragonabile a quello di chi, nei decenni scorsi, ha vinto i Campionati Mondiali ed Europei.

Essa appare come un mix di vecchie glorie, che ormai non sono più competitive come lo erano dieci anni fa, e di giovani talenti, che però non sono, tuttora, campioni maturi e che, certo, hanno bisogno di tempo e pazienza per divenire dei calciatori affermati, in grado di portare avanti i colori di una Nazionale, che nella sua storia ha vinto ben 4 titoli mondiali, divenendo la più premiata fra quelle del vecchio continente, dal momento che solo il Brasile ha vinto più competizioni iridate.

È evidente che, finanche, la caccia del responsabile sembra essere un esercizio pleonastico ed ozioso, visto che, se da dieci anni a questa parte, il calcio italiano non è più competitivo come lo era un tempo, le ragioni sono molteplici ed il colpevole non può, di certo, essere uno solo.

D’altronde, da Prandelli in poi, molti allenatori di livello internazionale sono sfuggiti dalla panchina della Nazionale italiana, preferendo rimanere – finanche – disoccupati piuttosto che assumere un incarico che li avrebbe esposti ad una figuraccia, come ora sta succedendo a Ventura, che molto probabilmente ha accettato la scommessa federale, visto che non è mai transitato per grandissimi e blasonati club, tranne che il Napoli, allenato però in Serie C ai tempi della rifondazione, subito dopo il fallimento.

È ovvio che la presenza di molti giocatori non italiani toglie spazio alle nostre leve, che hanno difficoltà ad affermarsi nei club importanti, perché c’è sempre il campioncino sudamericano, che costa molto meno degli Italiani, che prende il posto del nostro connazionale, costretto a giocare nelle serie minori, dove non avrà mai modo di affermarsi.

Poi, il tatticismo esasperato, che si è imposto dall’epoca di Sacchi in poi, ha modificato in modo sensibile la crescita dei nostri talenti, ai quali vengono somministrate lezioni di tattica a iosa, ma nessuna di tecnica autentica, per cui i nostri calciatori divengono sempre più bravi nell’interpretazione e nella conoscenza dei movimenti previsti da un modulo di gioco piuttosto che da un altro, ma a volte trovano difficoltà anche nel fare semplici palleggi o, comunque, gesti che venivano insegnati nelle vecchie scuole calcio della stagione pre-sacchiana.

È ineluttabile che, se la tattica prevale sulla tecnica, tutti sapranno fare la diagonale o la marcatura a zona, ma sarà sempre più difficile incontrare calciatori con i piedi educati, che sono – pur sempre – l’elemento essenziale per chi vuole divenire un campione vero.

Ed, allora, dobbiamo rassegnarci ad essere sempre più indietro nelle classifiche del ranking mondiale?

Molto probabilmente, per qualche anno ancora, non saremo in grado di vincere alcuna competizione importante sul piano intercontinentale, ma certo è che potremo, almeno, insegnare ai nostri ragazzi, che crescono, i valori dello sport attraverso l’educazione motoria, che rimane un caposaldo per la crescita dei giovani.

Così, forse, non creeremo dei campioni alla Maradona o alla Pelé, ma avremo almeno dei buoni cittadini, divenuti tali, anche, grazie alla pratica genuina dello sport più amato dagli Italiani.

 

 

Rosario Pesce

Dirigente scolastico, dapprima nella secondaria di primo grado e, successivamente, nella secondaria di II grado.
Gli piace scrivere di scuola, servizi, cultura, attualità, politica.
I suoi articoli sono stati già pubblicati da riviste specialistiche, cartacee ed on-line, e da testate, quali: Tecnica della scuola, Tuttoscuola, Edscuola, Ftnews, Contattolab.