di Alfredo Carosella
In principio era il canone, e il canone era presso la Rai, e il canone… non lo voleva pagare quasi nessuno! Uscendo subito dal calco parodistico, e senza voler disquisire sulle differenze che intercorrono tra abbonamento, affitto, canone e altro genere di pagamenti periodici, ci si vuole qui soffermare su un dato di fatto: oggi paghiamo quasi tutto a rate.
Il precursore è stato il Canone Rai, istituito nel 1938 (quando c’era “lui”!) per la detenzione di apparecchi radiofonici. La tassa ha iniziato a essere applicata ai televisori a partire dal 3 gennaio 1954, giorno in cui la RAI ha inaugurato il suo servizio di trasmissioni televisive per 24.000 fortunati. Essendo, però, una delle tasse più evase dagli italiani, nel 2016 il governo Renzi ne ha disposto l’addebito diretto nella bolletta della luce.
Gli anni ’50 sono anche quelli che hanno visto la diffusione dei pagamenti a rate, volti a incentivare l’acquisto su larga scala di elettrodomestici e automobili, e all’origine del boom economico degli anni ’60.
Il 6 agosto del 1990 arriva la Legge Mammì, promossa dal Pentapartito e firmata da Francesco Cossiga, che regolamenta il sistema radiotelevisivo pubblico e privato a seguito dell’incostituzionalità del “Decreto Berlusconi”: tre decreti legge emanati tra il 1984 e 1985 dal Governo Craxi.
Grazie alla Legge Mammì nasce Tele +, la prima pay-tv italiana. Inizia le trasmissioni in chiaro per farsi conoscere dal pubblico e poi passa a un segnale criptato per il quale occorre un decoder da pagare con abbonamento. Qualche maligno sostiene che la diffusione del “pezzotto”, ovvero il sistema illegale che consente di captare i segnali criptati senza pagare l’abbonamento richiesto, sia stato tollerato per diffondere ancora di più il bacino di pubblico che poi non avrebbe più saputo fare a meno del servizio: film in prima visione, partite di calcio, film vietati ai minori di 18 anni.
Nel 2003, Rupert Murdoch compra sia Tele+ che l’antagonista Stream Tv (Stet), una tv via cavo, e fonda Sky Italia. Così, senza quasi accorgercene, siamo arrivati ad oggi che per vedere tutte le partite di una squadra di calcio che giochi anche in Champions League, occorrono ben tre abbonamenti: Dazn per la Serie A, Sky Sport per quasi tutte le partite di Champions League e Amazon Prime per alcune di esse trasmesse in esclusiva. La somma dei tre abbonamenti ha un costo davvero notevole.
Non c’è solo il calcio, l’intrattenimento domestico riguarda gli utenti di film e serie tv, ascolto di musica, podcast, audiolibri. Naturalmente, c’è innanzitutto l’abbonamento alle telecomunicazioni per i nostri smartphone e la connessione alla fibra e al wi-fi.
Il bacino di utenti è enorme: pensando solo alla televisione, secondo Fanpage.it, nel luglio scorso Amazon Prime aveva 11 milioni di abbonati, Netflix 5,75, Sky + Now 4,3, Dazn 1,8. Senza contare i pirati del “pezzotto”: secondo la FAPAV (Federazione per la Tutela delle Industrie dei Contenuti Audiovisivi e Multimediali), a giugno, in Italia, erano 3 milioni con un danno stimato in 2,3 miliardi di euro, mancate entrate fiscali per 408 milioni e 11.000 posti di lavoro persi.
Un altro aspetto inquietante riguarda l’ascolto della musica: un tempo, una volta acquistata una musicassetta o un disco in cd, potevi ascoltarlo innumerevoli volte e ovunque, a casa propria, da amici, in auto, senza la necessità di connessioni a Internet. Si potevano comporre compilation (oggi si dice playlist) da poter ascoltare in qualsiasi momento o da regalare come se fossero delle lettere d’amore o per un caro amico. Oggi, serve l’abbonamento a un’apposita piattaforma; ce ne sono diverse. Nelle automobili più nuove è scomparsa prima la possibilità di ascoltare un cd musicale (per non parlare delle audiocassette!) e poi quella di usare un supporto collegato a una porta usb (come, ad esempio, l’ipod) che già sembrava una rivoluzione tecnologia. Quindi, o si ascolta la radio o ci si abbona all’ennesima piattaforma.
Vanno ricordati, poi, gli abbonamenti per avere una pec, la firma digitale, l’archiviazione di documenti su un cloud, lo spid, la fatturazione elettronica, un quotidiano, cibi surgelati a domicilio e via dicendo; l’elenco sarebbe interminabile.
Un capitolo a parte meriterebbero i noleggi a breve o a lungo termine e le varie formule di leasing, senza dimenticare i servizi apparentemente gratuiti come i social network.
L’unico bene in affitto che servirebbe davvero, non si trova (almeno nelle grandi città): la casa. Ci sono troppi, ben più redditizi, B&B, affitti brevi, case vacanze, guest house.
In compenso – si fa per dire – è possibile fare a rate persino la spesa alimentare in alcuni supermercati: si fa la spesa e alla cassa si comunica l’intenzione di pagare a rate; si apre l’apposita e immancabile app, si scansiona il codice QR che appare sul pos e il gioco è fatto.
L’impressione è che le rate negli anni ’50 siano servite a promuovere lo sviluppo economico mentre quelle di oggi siano state create per consentire di fare acquisti anche a chi non potrebbe più permetterselo.
“Produci, consuma, crepa”, cantava il gruppo “CCCP – Fedeli alla linea” quarant’anni fa: sempre più attuale?