Carovana migranti al confine americano: in scena l’orrore

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“Quando tornate a casa, fate una carezza ai vostri bambini e dite loro: vi porto la carezza del Papa”. Questa frase fu pronunciata da Papa Giovanni XXIII il 11 ottobre 1961, al termine del Concilio Vaticano. Quelle parole, dette col cuore e gridate di getto alla folla plaudente, improvvisate e senza preparazione, ebbero un successo clamoroso, tanto che sono ricordate con affetto ancora oggi, a distanza di più di 60 anni, come il “Discorso della luna”.

Ma forse non fu merito di quelle pur toccanti parole a provocare tanta commozione. Forse era chi ascoltava che era diverso. Più ben predisposto. Forse gli orrori della guerra erano ancora troppo recenti per essere sottovalutati. Il pericolo è che l’umanità tutta rischi di dimenticare il passato.

E niente sarebbe più deleterio. Ieri ho visto un servizio al TG5 che parlava di bambini clandestini separati dai genitori all’atto di varcare il confine americano dopo che erano stati marcati con un numero tatuato sul polso prima di poterli ammettere negli USA. Come animali. Peggio che animali.

Una cosa del genere credevo, o forse speravo, di averla letta solo in due romanzi che consiglio a tutti di leggere, oppure rileggere: “Radici” di Alex Haley e “Olocausto” di Gerald Green. Esseri umani ridotti ad oggetti. Umanità indegna di chiamarsi tale. Assenza e spregio di un minimo di solidarietà indispensabile tra individui appartenenti alla stessa specie, quella umana. “Fermate il mondo: voglio scendere!”. Recitava il titolo di un vecchio film degli anni ’60 che andrebbe rivalutato. Mi chiedo come faranno gli americani tornando a casa ad accarezzare i loro bambini? Cosa diranno loro? “Vi porto la carezza di Trump”.

Poco tempo fa mi era piaciuta ed avevo condiviso una frase di Joan Baez: “Alla mia età non posso più permettermi il lusso di perdere tempo nel chiedermi come abbiano fatto gli americani a votare per Trump?”, Dopo aver visto quelle scene al TG5, in cui veniva addirittura negato a un padre il diritto di abbracciare per l’ultima volta il suo bambino morto nel tentativo di varcare il confine, mi sono ricreduto: con tutto il rispetto per Joan Baez, e per l’immensa artista che è stata e continua ad essere, mi sono accorto che aveva torto.

Avevamo torto marcio, lei e pure io che le avevo dato ragione. Dobbiamo trovare il tempo e il modo di indignarci per questa barbarie. Non possiamo restare indifferenti. Dobbiamo e possiamo ribellarci. Io ho sempre sostenuto che l’America, intesa come Stati Uniti, è almeno 50 anni avanti rispetto a noi. In tutto. Ma temo che in fatto di razzismo, intolleranza e spregio per i più elementari diritti umani, stiamo paurosamente guadagnando terreno. Fermiamoci, finché siamo in tempo.

 

Pasquale Di Fenzo

Pasquale Di Fenzo, PDF per gli amici, tifoso di Napoli prima che del Napoli. Non lesina critiche a Napoli e al Napoli, ma va “in freva” se qualcuno critica Napoli e il Napoli. Pensa di scrivere, ma il più delle volte sbarèa. L’obiettività è la sua dote migliore. Se il Napoli perde è colpa dell’arbitro. O della sfortuna. Sempre. Se vince lo ha meritato. Ha fatto sua una frase di Vujadin Boskov, apportando però una piccola aggiunta: “è rigore quando arbitro fischia, a favore del Napoli”. E’ ossessionato da Michu che, solo davanti alla porta del Bilbao passa la palla ad Hamsik invece di tirare in porta. Si sveglia di notte in un bagno di sudore gridando “Tira! Tira!”.