L’ angelo di Ayrton

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Un terribile incidente, il panico in pista, la commozione mista a imbarazzo dei telecronisti. Il direttore di corsa è costretto a sventolare la bandiera rossa che interrompe di nuovo la gara. È un fine settimana complicato, drammatico, quasi beffardo nella sua tragicità. L’istinto del fotografo di razza spinge Angelo a portarsi laddove può e deve cogliere l’attimo successivo all’impatto. Il suo compito è documentare tutto, pure quanto di terrificante esiste in un sport tanto affascinante quanto pericoloso. Certo, mai avrebbe pensato di trovarsi di fronte a un simile scempio.

Quando riconosce il pilota col casco giallo, che si trova intrappolato tra le lamiere della monoposto bianca e blu, prova una sensazione atroce che non potrà mai dimenticare né rivelare perché, a suo parere, il dolore è un fatto intimo, privato, non trasferibile ad alcuno.

Non avrebbe mai immaginato che un tremendo scherzo del destino l’avrebbe fatto arrivare per primo al cospetto del corpo agonizzante del suo grande amico. Anche in quelle condizioni, la professionalità prevale sull’emozione del momento. Svolge il suo lavoro nonostante tutto e scatta, scatta e scatta ancora. Immortala un’immagine che nessuno altro potrà mai avere tra le mani perché lui, bravo com’è, ha bruciato tutti sul tempo. I soccorsi sono appena arrivati, i medici hanno appena sfilato il casco ad Ayrton, la tempia destra è stata trafitta da un pezzo metallico staccatosi da una sospensione dell’auto, dopo lo schianto contro il muro di cemento. L’occhio destro gronda sangue, il viso s’è spento ancora prima che il cuore cessi di battere.

Diffondere quell’immagine esclusiva, seppur macabra, potrebbe rivelarsi lo scoop del secolo. Eppure Angelo non ha esitazioni. L’amico non c’è più e quella foto non può e non deve essere pubblicata. Per lui, esiste un codice etico che travalica l’interesse professionale.

Di ritorno dal circuito, pretende di parlare con il direttore. In quegli attimi concitati, vuol esser sicuro che la foto vada distrutta. Lo scatto, uno dei tanti di quel giorno, è conservata nella cassaforte del giornale. Il direttore capisce lo stato d’animo del suo reporter. Con la stessa lucidità con cui aveva catturato quell’attimo raccapricciante, Angelo distrugge l’istantanea prima strappandola con le mani, poi la tagliuzza con delle forbici, la riduce in mille frammenti non più ricomponibili. La getta nel cestino, come se, col suo gesto, potesse cancellare tutto, anche ciò che era capitato al suo amico.

Intanto, nemmeno questo sembra placarlo. È terrorizzato dal fatto che possa esserci ancora in circolazione qualche copia della stessa diapositiva. Passa in rassegna migliaia di scatti fino a notte inoltrata, tanto il sonno non sarebbe mai arrivato. Non solo in quella notte agitata ma per tante altre ancora. Alla fine si capacita che non ce ne sono altre.

Dal mucchio, infine, isola altri due scatti. Nella prima, scorge una bandiera austriaca tra i rottami della monoposto. Immediatamente, ne capisce il motivo. Glielo aveva rivelato il suo amico la notte precedente: se vinco, la sventolo in onore di Roland. Poi aveva aggiunto: sai che ti dico? Devo vincere per lui. Ayrton era turbato dall’incidente mortale del sabato. Eppure era davanti a tutti nella griglia di partenza. Era andato ancora una volta più veloce di tutti. Voleva vincere per confermarsi fuoriclasse assoluto. Per allontanare le critiche, le ombre di inizio stagione, lo scarso feeling con la nuova macchina. Per celebrare il collega scomparso e magari per proporre modifiche al regolamento ed evitare altri lutti.

Ad Angelo viene una fitta improvvisa, osservando con attenzione la seconda foto, nel silenzio della redazione ormai vuota. Ayrton è già a bordo della monoposto, sulla griglia di partenza. Non indossa il casco e osserva gli obiettivi dei fotografi con uno sguardo profondo che assomiglia a una premonizione, come se avesse già visto e vissuto quanto di irreversibile sarebbe accaduto pochi attimi dopo.

Non s’era mai lasciato fotografare così, era sempre stato categorico: prima di accendere il motore, devo concentrarmi e pregare, pregare e concentrarmi. Angelo si rigira la foto tra le mani. Se la infila nella tasca della giacca e comincia ad avvertire un po’ di stanchezza. Allunga le braccia sulla scrivania, vi appoggia la testa e resta sospeso in un prolungato dormiveglia. Ancora qualche istante, poi si sarebbe ritrovato in pista, nella confusione di meccanici e giornalisti, tra urla e flash. Spintonando e facendosi largo tra la folla eccitata dal contatto con i campioni della Formula 1, sarebbe arrivato sempre più vicino al suo amico. E poco prima di scattargli l’ennesima foto, gli avrebbe chiesto di indossare il casco. Ayrton gli avrebbe prima sorriso timidamente e poi abbassato la visiera.

 

Gianluca Spera

Gianluca Spera, classe 1978. Di professione avvocato da cui trae infinita ispirazione. Scrittore per vocazione e istinto di conservazione. I suoi racconti “Nella tana del topo” e “L’ultima notte dell’anno” sono stati premiati nell’ambito del concorso “Arianna Ziccardi”. Il racconto “Nel ventre del potere” è stato pubblicato all’interno dell’antologia noir “Rosso perfetto-nero perfetto” (edita da Ippiter Edizioni). Autore del romanzo "Delitto di una notte di mezza estate" (Ad est dell'equatore)" Napoletano per affinità, elezione e adozione. Crede che le parole siano l’ultimo baluardo a difesa della libertà e dei diritti. «L'italiano non è l'italiano: è il ragionare», insegnava Sciascia. E’ giunta l’ora di recuperare linguaggio e ingegno. Prima di cadere nel fondo del pozzo dove non c’è più la verità ma solo la definitiva sottomissione alla tirannia della frivolezza.