Ai confini della laicità

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Il mondo moderno è nato sul conflitto religioso: le guerre fra Cristiani e Musulmani e, poi, quelle fra Cattolici e Protestanti hanno infestato l’Europa del secondo millennio, portando morti e sciagure di ogni tipo.
La neutralizzazione del conflitto, derivata dalla Rivoluzione Francese e dalla conseguente laicizzazione dello Stato, ha fatto sì che, per almeno un secolo, il nostro continente venisse interessato da conflitti causati da ragioni economiche o ideologiche, ma non di natura strettamente religiosa.
La nascita dello Stato laico, consacrata dal modello kelseniano della Costituzione austriaca del Primo Dopoguerra, ha ineluttabilmente portato un vento di rinnovamento, che ha consentito alle nazioni europee di vivere altri drammi, non di immediata derivazione teologica.
Finanche, la persecuzione anti-ebraica di Hitler e del Nazismo ben poco aveva in comune con gli stermini medioevali, per quanto il regime di Berlino tentasse di richiamarsi ad una simbologia celtica, manifestamente anti-semita ed in aperto collegamento con la tradizione tedesca.
Dopo il 1989, il mondo però è cambiato ed, a quanto pare, non in termini positivi, dal momento che la cessazione della Guerra Fredda e la fine del Comunismo ha spostato altrove le ragioni del “polemos” continuo.
Nord e Sud del mondo non solo sono regioni ed aree geografiche con una loro storia distinta e, per molti aspetti, contraddittoria fra di loro, ma rappresentano, agli occhi del senso comune, due prospettive metafisiche lontane anni luce l’una dall’altra.
Nell’area più ricca del mondo è evidente che il Cristianesimo abbia determinato una spinta moderata del sentimento religioso, per cui il credo è divenuto lo strumento di governo non solo di realtà complesse, ma soprattutto di una dinamica di sviluppo, che in gran parte deve il suo essere alla tendenza della Chiesa a mediare i conflitti ed a ridimensionare spigolosità e fattori, altrimenti, di contrasto permanente.
Nel Sud del nostro pianeta, invece, l’Islam ha acquisito una forza sempre crescente, perché – in modo assolutamente scorretto sia sul piano dogmatico, che storico – esso è divenuto il mezzo per una rivendicazione ad opera di popoli e di intere fasce culturali, quasi definitivamente estromesse dal progresso tecnologico e dalla più virtuosa ridistribuzione delle ricchezze.
In tale contesto, il terrorista, che in modo insano programma il suo suicidio per determinare così la morte di innocenti, diventa – mutandis mutatis – il corifeo di un disagio, a cui l’Occidente non può non dare una risposta, sia sul piano dell’elaborazione filosofica, che su quello concreto dello sviluppo materiale.
Come si può, infatti, immaginare che i tassi di sperequazione siano tanto alti fra l’Europa ed una parte rilevantissima sia dell’Asia, che dell’Africa?
Come si può ipotizzare che, nel giro di una generazione, una siffatta differenza sul piano delle aspettative di vita non possa ulteriormente rinfocolare le ansie di popolazioni, che, non avendo nulla da perdere, preferiscono immolarsi in nome di Allah, pur di perseguire un insano progetto di rivendicazione socio-economica e di vendetta per torti, che si crede di aver subito lungo un arco storico più che millenario.
La Rivoluzione Francese aveva imposto un principio culturale di fondo: l’esportazione dei valori di una civiltà, tanto più quando questa è in una fase di crescita e di sviluppo intenso.
Eliminando dittatori e pseudo-ras, abbiamo tentato negli ultimi decenni di esportare, alla luce di una tale cultura, il nostro modo di essere, di vivere, di interpretare il mondo nelle sue infinite articolazioni, morali ed esistenziali.
Ma, Bush senior e iunior, lo stesso Obama non sono certamente dei novelli Napoleone ed il fio, che ora rischiamo di pagare, è altissimo, dal momento che, per decenni, saremo in lotta contro un nemico invisibile, che può uccidere giovani, donne e bambine all’angolo di una strada o in una stazione della metropolitana.
Nel fare un bilancio onesto, dovremmo a questo punto ammettere di aver fallito miseramente: la laicità non si esporta alla stessa maniera di una comune merce di consumo ed, altresì, se la si intende portare fuori dai confini nazionali, la si deve accompagnare al pane, perché i popoli, fra la libertà ed il pane, ricercano appunto quest’ultimo.
Quindi, non solo dovremmo andare fieri di essere una civiltà laica, ma, per preservare un simile valore, dovremmo impegnarci nell’andare oltre, nell’ambire ad una trascendenza del nostro modus agendi, che ci consenta di dimenticare ciò che siamo stati in passato e che ci permetta di interloquire con chi ha stomaci vuoti e menti piene di pensieri deformati da secoli di inedia e povertà assoluta.

Rosario Pesce

Dirigente scolastico, dapprima nella secondaria di primo grado e, successivamente, nella secondaria di II grado. Gli piace scrivere di scuola, servizi, cultura, attualità, politica. I suoi articoli sono stati già pubblicati da riviste specialistiche, cartacee ed on-line, e da testate, quali: Tecnica della scuola, Tuttoscuola, Edscuola, Ftnews, Contattolab.