La fotografia di un disagio sociale che ha raggiunto il suo culmine. 

di Giosuè Di Palo

Quello che sta accadendo in questi giorni, in tutta Italia e da Nord al Sud (soprattutto), non è un caso isolato. Nè una protesta frutto dell’esasperazione di un momento.

Affonda le sue radici da molto più lontano.

Sarebbe facile ricondurre tutto alle politiche di Meloni ma sarebbe profondamente disonesto.

Credo che la storia sia ciclica, e che nulla di ciò che si sta facendo oggi è frutto di politiche sconclusionate e mai portate avanti prima, ed è qui il problema.

Si ripercorrono gli stessi schemi, all’infinito.

Credo che in molti abbiano sentito parlare almeno una volta di Welfare State, stato di benessere.

Un concetto, mai come oggi paradossale, di Stato che si fa da portatore delle istanze e dei bisogni della collettività. Gli addetti ai lavori del diritto tributario conoscono bene il collegamento tra concorso alle spese pubbliche e la sua concezione solidaristica.

Il punto è che il welfare state non nasce come una concessione dello Stato, né come uno strumento attraverso il quale la politica acquista consenso.

Nasce dalla consapevolezza che la libertà, per essere effettiva, non può esaurirsi nel riconoscimento formale dei diritti, ma deve essere accompagnata dalla possibilità concreta di esercitarli.

È una concezione che trova il proprio fondamento anche nella nostra Costituzione: nell’articolo 2, che riconosce i diritti inviolabili dell’uomo e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale; nell’articolo 3, che affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini; e nell’articolo 53, che impone a tutti di concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva.

È proprio quest’ultimo principio a interessarci particolarmente. Perché il prelievo fiscale, in uno Stato costituzionale, non è soltanto uno strumento attraverso il quale l’amministrazione reperisce le risorse necessarie al proprio funzionamento. È anche uno dei meccanismi attraverso cui si realizza la solidarietà collettiva, distribuendo il peso delle spese pubbliche secondo criteri costituzionalmente definiti e rendendo possibile il finanziamento dei servizi essenziali.

Ma è qui che emerge il paradosso.

Il cittadino è chiamato a contribuire al finanziamento della collettività nella misura delle proprie possibilità economiche, confidando che quelle risorse vengano impiegate per garantire servizi, opportunità e protezione sociale. Quando, però, il sacrificio fiscale non sembra tradursi in un miglioramento tangibile della qualità della vita, quando il costo dei servizi aumenta e la loro accessibilità si riduce, quando lavorare non è più sufficiente a costruire una ragionevole stabilità economica, il patto di solidarietà rischia di spezzarsi.

Non necessariamente perché venga meno la consapevolezza del dovere di contribuire, ma perché si indebolisce la fiducia nella capacità delle istituzioni di restituire alla collettività il valore di quel contributo.

Negli ultimi quindici anni, almeno, la politica del nostro Paese – da destra a sinistra – si è sempre occupata di interventi emergenziali, trasferimenti economici, agevolazioni e misure di sostegno. Strumenti che, in molti casi, hanno risposto a esigenze reali e che non possono essere liquidati indistintamente come sprechi. Il problema è un altro: fino a che punto queste misure sono state accompagnate da politiche strutturali capaci di affrontare le cause della fragilità economica e sociale?

Perché sostenere un reddito in difficoltà è necessario, ma non può sostituire una politica del lavoro capace di garantire retribuzioni adeguate. Finanziare un bonus può offrire un sollievo immediato, ma non risolve, da solo, il problema del carovita, della produttività stagnante o delle difficoltà di accesso ai servizi pubblici. E aumentare la spesa, senza interrogarsi sulla sua efficacia e sulla sua sostenibilità, non equivale necessariamente a rafforzare il welfare.

A ciò si aggiunga il semprecaro (in tutti i sensi) tema della sostenibilità del debito pubblico. Perché ogni scelta di bilancio, soprattutto se operante in deficit, comporta una responsabilità che non si esaurisce nel perimetro della legislatura. Anzi. Il rischio maggiore è proprio quello di trasferire nel futuro il costo delle decisioni presenti, restringendo i margini di intervento di chi verrà dopo.

Ed è in questo senso, allora, che vanno lette le proteste di questi giorni di lavoratori, le rivendicazioni delle associazioni di categoria, le mobilitazioni degli operai e degli agricoltori. Non come episodi isolati, né come manifestazioni riconducibili esclusivamente alle scelte dell’attuale esecutivo, ma come segnali di un disagio che attraversa settori produttivi differenti e che, pur assumendo forme diverse, sembra trovare un denominatore comune nella crescente difficoltà di sostenere il costo del presente.

Quando il lavoro smette di garantire crescita, dignità;

Quando l’ascensore sociale si blocca e resta fermo in una condizione di immobilismo diffuso.

Quando i continui sprechi, le spese militari, i finanziamenti per il riarmo, i bonus, si intensificano e creano la “tempesta perfetta” ecco che non c’entra più il Premier di turno in carica.

C’entra molto di più la fotografia di un disagio sociale che ha raggiunto il suo culmine.

E, quando si raggiunge l’apice, l’unica opzione diventa, allora, la mobilitazione sociale.

E arriviamo all’ultimo punto: l’analisi delle proteste.

In questi giorni ho letto critiche aspre, severe, parole durissime nei confronti di chi ha devastato negozi, saccheggiato boutique di lusso e danneggiato persino librerie, come quelle della Feltrinelli. Condanne che, quando rivolte a condotte violente e distruttive, sono legittime e doverose.

Ma è proprio qui che, a mio avviso, si annida il rischio di una lettura miope: quello di soffermarsi esclusivamente sulla manifestazione più visibile e condannabile del malessere, fino a perdere di vista le ragioni che hanno contribuito a generarlo.

Si guarda il dito e si dimentica la luna.

Perché mentre il dibattito pubblico si concentra sulle immagini delle devastazioni, rischiamo di lasciare sullo sfondo le rivendicazioni di chi protesta senza distruggere nulla, di chi sciopera e manifesta il proprio disagio generazionale in maniera pacifica.

Penso, per esempio, alle mobilitazioni dei lavoratori e degli autotrasportatori in Calabria, alle proteste che possono tradursi in interruzioni delle forniture e in scaffali vuoti nei supermercati. Sono segnali che rendono tangibile quanto la fragilità di un settore produttivo possa ripercuotersi sulla quotidianità di un’intera comunità.

E poi, non si può non guardare alla storia del nostro paese: mai nessuna conquista sociale è stata guadagnata con lanci di margherite e valzer in piazza.

I diritti dei lavoratori, il movimento femminista, le tutele sociali sono state garantite con il sudore, il sangue, la protesta violenta e talvolta armata.

E, soprattutto, è un dato di fatto che quanto più la protesta diventa palcoscenico tanto più viene ripresa dai telegiornali.

Non è, quindi, vero che se si resta nell’ambito del corteo pacifico si raggiunge lo stesso risultato.

E le proteste degli agricoltori ne sono emblema.

Se non c’è disagio, caos, clamore, il telegiornale rivolge lo sguardo altrove. Non se ne interessa.

Viviamo tempi duri, durissimi.

Ma, mai come adesso, c’è bisogno di prendere parte al dibattito pubblico, esprimersi, diffondere la propria visione e, se possibile, dare spazio a chi urla a gran voce la propria verità, piuttosto che puntare, come sempre, il dito dal divano di casa. 

La mia maestra alle Elementari diceva sempre la solita frase che a ogni ragazzo, un po’ svogliato e con la testa già proiettata al dopo, si dice: “suo figlio è intelligente, ma non si applica”. Ne ho fatto uno stile di vita. Studente di giurisprudenza presso la Federico II e di recitazione cinematografica in CinemaFiction. Appassionato di scrittura e di cinema. Scrivo opinioni, non richieste, su tutto ciò che a mio avviso merita di essere raccontato e discusso. Perché nella vita ho imparato che è sempre meglio avere un opinione che subire passivamente il corso delle cose.