Chernobyl: l’ultimo atto sulla prima tragedia dell’uomo

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di Elio Goka

“Sono le bugie a far esplodere un reattore nucleare”

Quando la tragedia di Eschilo e il mito di Oreste posero sullo stesso piano la giustizia divina e quella degli uomini, il reattore di Chernobyl non esisteva. Migliaia di anni separavano la discesa nell’Aeropago degli dèi tra le decisioni dei mortali e l’affronto che la modernità avrebbe compiuto nei confronti della natura e di tutte le sue cose, in contemplazione di quel futuro in cui l’uomo stesso si sarebbe assentato dal giudizio perché completamente immerso nella colpa. Sul banco degli imputati, la verità.

Dell’ultimo episodio di Chernobyl si potrebbe scegliere, volendo individuare un momento emblematico del racconto degli autori, l’epilogo che manda in scena il processo a quelli che il potere politico sovietico ha già condannato come colpevoli capri espiatori prima ancora che una giuria possa pronunciarsi. Quando Boris Shcherbina, dopo aver deposto la sua testimonianza, gelando l’aula e i giudici, comanda al tribunale di ascoltare la coda della ricostruzione di Valerij Alekseevič Legasov, l’URSS, il KGB e ogni altra autorità sovietica intenta a far sì che non tutti i retroscena sulla vicenda vengano fuori portandosi dietro i più arrossati imbarazzi, scoprono quanto sia devastante la potenza della verità. Legasov, che prima del processo ai tre impuntati ritenuti potenziali colpevoli, aveva omesso le responsabilità della politica russa durante l’intervento a Vienna, presso il palazzo dell’attuale Agenzia internazionale per l’energia atomica, guadagnandosi la fiducia del capo del KGB, ha visto fino in fondo quello che è accaduto. Il coraggio di Ulana Khomyuk, la “redenzione” di Shcherbina e la malattia che il numero due dell’Unione Sovietica gli confida durante la pausa al processo spingono Legasov a dire fino in fondo quello che è accaduto e perché è accaduto. È arrivato il momento che un impero fondato anche sulle bugie e sulle omissioni crolli ai piedi delle sue stesse debolezze.

Guardando queste serie televisiva, non è indispensabile soffermarsi se essa sia stata in grado di ricostruire fedelmente quanto accaduto. Non ce lo aspetteremmo nemmeno per qualcosa che ancora oggi è pieno di dubbi e di incertezze. Per quelle che appaiono le intenzioni della fiction, o presunta tale, è più importante soffermarsi su quanto accade quando Legasov decide di andare fino in fondo in quel frangente in cui tutto l’apparato socialista lo sta ascoltando.

Quando lo scienziato che insieme a Shcherbina ha condotto i lavori per rimediare all’esplosione del reattore conclude la sua perizia, affermando che chi avrebbe dovuto evitare il disastro era convinto di poter contare su un sistema di emergenza efficiente, la Russia è costretta a sedersi al banco degli imputati. In realtà, quel sistema è difettoso e insicuro, perché è stato progettato e costruito risparmiando. È questa la verità che il KGB vuole tenere nascosta. È questa la notizia che Legasov decide di dare ai presenti in aula, consapevole che quella decisione gli sta per costare tutto. Eppure, il capo dei servizi segreti russi non lo condanna a morte, riservandogli una pena ben più insopportabile. L’isolamento. La totale rimozione del suo ricordo dalla storia della Russia. Come se Legasov non fosse mai esistito.

In Chernobyl, però, sopra le vittime, gli animali abbattuti, la natura contaminata, la dispersione e il terrore che qualcosa abbia avvicinato l’essere umano a una decimazione planetaria, sopra tutto questo l’uomo che vuole liberarsi da un pensiero e un sentimento che non sono i suoi va incontro all’annientamento. Rifiutare la preghiera e la sottomissione alla divinità del potere, rifiutare l’ordine della bandiera costano una condanna inflitta fino al desiderio di morire. Finanche col cappio dentro un appartamento qualsiasi di una nazione che sta per finire.

“Siamo così presi dalla nostra ricerca della verità da non considerare quanto pochi siano quelli che vogliono che la scopriamo. Ma la verità è sempre lì, che la vediamo o no, che scegliamo di vederla o no. Alla verità non interessano i nostri bisogni, ciò che vogliamo. Non le interessano i governi, le ideologie, le religioni. Lei rimarrà lì, in attesa tutto il tempo. E questo, alla fine, è il dono di Chernobyl.”

Contravvenire all’ordine costituito è una forma di martirio. Non l’ordine soggetto a cambiamenti, non quello che un uomo può modificare a danno o a vantaggio di un altro uomo, ma quello a cui non ci si può nemmeno avvicinare. Proprio come una centrale nucleare in fiamme. Come Chernobyl, metafora terribile di quella verità che quando viene rivelata fa vergognare l’uomo di essere com’è. Per sopravvivere a questa rivelazione la si viola negando persino se stessi.

È forse questa la ragione di Chernobyl? E non è forse questa la ragione per la quale la violazione di quella verità è causa di nessuno sa quanti caduti innocenti, di uomini chiamati loro malgrado a correre ai ripari e dare la vita per farlo? Mille altri reattori sorgono ed esplodono indisturbati prima che il pentimento soccomba al cospetto della necessità di non dare voce a quella verità.

Nell’Antigone di Sofocle, a un certo punto, Tiresia dice a Creonte:

“Ecco: la città è malata, malata per causa del tuo volere. Sì, i nostri altari e i focolari tutti sono lordi del pasto che canni e uccelli hanno fatto del misero figlio di Edipo. Ed è per questo che gli dèi non accettano le nostre preghiere e i nostri sacrifici, per questo non si elevano fiamme dalle cosce delle vittime, e gli uccelli più non stridono in segno di buon augurio: perché si sono saziati del sangue e del grasso di un ucciso. Su questo medita, figlio. Sbagliare è destino comune degli uomini, ma non è più stolto, non è più sventurato colui che, caduto nel male, fa ammenda e non insiste nell’errore. L’ostinazione si paga con la stoltezza. Cedi al morto, via, non infierire su un caduto. Che prodezza è mai l’uccidere un morto? Io pensato al tuo bene, per il tuo bene parlo. È dolce imparare da chi parla saggiamente, se ci porta vantaggio.”

Gli autori della miniserie hanno rivelato che il personaggio di Ulana Khomyuk rappresenta tutti gli scienziati che a suo tempo hanno lavorato alla questione Chernobyl cercando di portare alla luce certe verità, e, di conseguenza, andando incontro a denunce e persecuzioni. Dopo l’accadimento di un fatto, sia esso anche così grave, è possibile riunire in un simbolo, sia esso una persona, una bandiera o un monumento, tutti gli uomini che meritano di entrarvi a far parte. Difficile, invece, è far sì che non ci sia mai bisogno di ricorrere a un qualche genere di risarcimento, di scuse, di pentimento. Che tutto avvenga senza l’ombra del misfatto. Pure la morte, in buona fede.

“Se una volta temevo il costo della verità, adesso mi chiedo: qual è il costo delle bugie?”

 

 

Il Domenicale News

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