Forti con i deboli e zerbini con i potenti…

Condividi su
Share

“A rovinare l’uomo è il servilismo, il conformismo, l’ossequio, non l’aggressività che è nell’ambiente più che dentro di noi.“

 I fatti di cronaca ci consegnano sempre nuovi spunti di riflessione, ci pongono dinanzi alla necessità di interrogarci con costanza ed attenzione su quello che accade, ci spingono a cercare una chiave di lettura che tenga conto del presente, ma che colga nel passato prossimo, le ragioni di quanto calpestiamo sotto i piedi nella nostra banale quotidiana esistenza.

Nel leggere i giornali stamane, alla luce di manovre economiche in cui la parola d’ordine è ” manette”, o nel leggere le pagine di cronaca giudiziaria, e soprattutto soffermandomi sui commenti social, pieni di rabbia e di livore, o incamminandomi nella lettura della ennesima strage in mare di poveri innocenti, o della tragedia del popolo Curdo, mi è venuto in mente Hobbes ed il suo Homo Homini Lupus.

L’uomo in effetti non nasce buono e non nasce come essere sociale, come aveva ipotizzato Aristotele, al contrario si lega agli altri per mero opportunismo, per bisogno, per paura, altrimenti sarebbe continuamente in guerra, in conflitto, pronto ad azzannare ad ogni piè sospinto. L’uomo, è appunto lupo verso gli altri uomini, di qui la necessità di creare una struttura sociale di controllo, finalizzata ad arginare i bassi istinti di cui siamo dotati. A dirla tutta questa mi pare la fase storica nella quale si è pienamente realizzato quanto il filosofo profetizzava.

Gli uomini sono diventati immuni al dolore dell’altro, del vicino, di quello che ha maggiore difficoltà e finiscono per essere portati a colpire gli ultimi, gli emarginati, i fragili, con il chiaro intento di sentirsi realizzati, di sentirsi protettori del piccolo orto. Ma cosa accade quando in ufficio, a scuola, a casa, nell’ambiente sociale, devono relazionarsi con chi invece detiene anche un briciolo di potere? La testa si abbassa, la voce si modula, il corpo si piega su stesso, il linguaggio si ripulisce del livore e del “nero” ed allora il lupo perde la forza e diviene pecora, capace solo di belare, senza nulla dire, senza capacità di riconoscere i diritti, ma solo di attendere di brucare un po’ d’erba senza nulla a pretendere. Per cui tu che cosa fai? Si parlo con te, che sei dinanzi al pc in questo momento, pronto a ferire, pronto ad inveire, pronto ad alzare la voce, urlando frasi sconnesse e senza senso, colpisci!!!!

Colpisci l’ultimo, quello meno fortunato di te, ma diventi ossequioso, al limite del servo, verso il potente; ti scagli contro le donne, o contro chi scappa dalla guerra, contro chi ha perso tutto ed è costretto a ripari di fortuna, organizzi il branco verso lo studente migliore, ma timido ed esile, esaltando una forza che non possiedi ed è solo l’espressione più tangibile di quanto profonda sia la tua stupidità e la ferocia, che credi ti rendano ” unico”, consapevole, consentendoti di avere un minimo di ruolo sociale, di brillare in mezzo ad una massa fatta di altri sciocchi e ciechi!!!

Ma in realtà questo non ti rende migliore!! No, non illuderti, non bearti, ti rendono solo ed esclusivamente un piccolo essere umano, frustrato e manipolabile, con nessuna dote, un uomo senza coscienza e senza virtù, sostituibile in qualunque momento, da uno simile a te, un essere senza futuro, passato e presente, che non avrà mai il merito di incidere nella storia, e che sarà sempre soldato semplice incapace di gestire e comprendere, un mero esecutore, che pratica senza capire e senza imparare, e che mai lascerà di se’ nel mondo alcun segno tangibile. Un ” non uomo”, capace di inginocchiarsi e plasmarsi agli ordini del primo che da un balcone, o da dietro una scrivania sappia alzare la voce più di te.

“Per ribellarsi occorrono sogni che bruciano anche da svegli, occorre il dolore dell’ingiustizia, la febbre che toglie all’uomo la malattia della paura, dell’avidità, del servilismo. Per ribellarsi bisogna saper guardare oltre i muri, oltre il mare, oltre le misure del mondo. La miseria dell’uomo incendia la terra ovunque, ma è un fuoco sterile, che cancella e impoverisce. È un fuoco che odia ciò che lo genera, è cenere senza storia. Saper bruciare solo ciò da cui poi nascerà erba nuova, ecco la vera ribellione.“

Maria Rusolo

Nasco in un piccolo paese della provincia di Avellino, con il sogno di girare il mondo e di fare la giornalista, sullo stile della Fallaci. Completamente immersa, sin dalla più tenera età nei libri e nella musica, ma mai musona o distante dagli altri. Sempre con una battaglia da combattere, sempre con l’insolenza nella risposta verso gli adulti o verso chi in qualche modo pensasse che le regole non potessero essere afferrate tra le dita e cambiate. Ho sempre avuto la Provincia nel cuore, ma l’ho sempre vissuta come un limite, una sorta di casa delle bambole troppo stretta, per chi non voleva conformarsi a quello che gli altri avevano già deciso io fossi o facessi. Decido di frequentare Giurisprudenza, con il sogno della Magistratura, invaghita del mito di Mani Pulite, ma la nostra terra è troppo complicata, per non imparare presto ad essere flessibile anche con i sogni e le speranze, per cui divento avvocato con una specializzazione in diritto del lavoro prima e diritto di famiglia poi, ma anomala anche nella professione e mal amalgamata alla casta degli avvocati della mia città. La politica e la cultura , i cuori pulsanti della mia esistenza, perché in un mondo che gira al contrario non posso rinunciare a dire la mia e a piantare semi di bellezza. Scrivo per diletto e per bisogno, con la speranza che prima o poi quei semi possano diventare alberi.