La sfida della scuola di oggi.

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 La vera sfida della scuola di oggi è, certamente, rappresentata dall’inclusione, visto che il nostro Paese offre uno scenario, in alcuni momenti ed in molti luoghi, fin troppo sconfortante: lo scioglimento del nucleo familiare, come prima unità educativa dei minori, e la crisi economica, che si presenta sempre più tragica ed irrisolvibile, fanno sì che l’area dei bisogni educativi speciali dei bambini e dei ragazzi sia sempre più ampia ed articolata, perché vengono meno le condizioni, sociali e psicologiche, per una corretta crescita del bimbo prima e dell’adolescente poi. In questi anni, la legislazione ha compiuto notevoli passi in avanti sulla strada dell’inserimento scolastico di quanti, in altri tempi, secondo una logica gentiliana, sarebbero stati condannati alla morte scolastica, all’abbandono e, dunque, alla dispersione. Per quanto i passi in avanti siano evidenti, però la situazione odierna è, ancora, drammatica: il tasso di bocciature permane altissimo, così come troppo alto è, a tutt’oggi, la percentuale degli allievi che disertano le aule scolastiche, prima che abbiano compiuto il sedicesimo anno di età ovvero abbiano conseguito, almeno, un titolo di qualifica professionale.

Tale percentuale, prossima al 20%, è quasi il doppio rispetto a quella prefissata dagli obiettivi dell’Unione Europea per il periodo 2010/2020, a dimostrazione del fatto che l’emergenza educativa è reale ed, in taluni casi, rappresenta la prima, vera minaccia allo sviluppo del sistema-Paese nella sua interezza. Nessun sistema economico e sociale può svilupparsi se, infatti, i tassi di abbandono scolastico rimangono, per lungo tempo, quelli che abbiamo menzionato e se, a fronte di investimenti corposi da parte dello Stato, i risultati sono magri, per cui l’inclusione del più debole permane una chimera, lontana anni luce dall’essere concretizzata. Gli insegnanti ed i dirigenti, in questi anni, si sono sottoposti ad un notevole tour de force per mutare le proprie categorie, visto che persisteva una condizione diffusa di ostilità ai nuovi indirizzi, culturali e pedagogici, in molti ambienti della scuola italiana. Questi muri sono, forse, definitivamente abbattuti, perché ormai ogni scuola del Paese mette in essere tutte le strategie possibili per far emergere l’area del bisogno educativo e per prendere, dunque, le giuste contromisure, ma la società, prima ancora della scuola, pare non abbia intuito il messaggio che proviene dal legislatore.

incontroQuante famiglie, interpellate dai coordinatori di classe, quando sentono parlare di categorie, come BES o PDP, fuggono senza firmare i documenti, che rappresenterebbero una prima soluzione ai problemi didattici dei loro figlioli? Infatti, il pregiudizio è, sovente, duro a morire, per cui, nonostante le buone intenzioni dei Consigli di Classe, in primis i destinatari delle politiche dell’inclusione sfuggono al tentativo di formalizzazione dei bisogni del loro figlio, come se una primigenia e grossolana dimensione del pudore fosse prioritaria rispetto alla volontà di assicurare un futuro formativo alla prole. La scuola, quindi, viene a trovarsi in condizioni di inerme solitudine, nell’impossibilità di attuare ciò che il dettato legislativo le impone di fare in casi, che rientrano nella fattispecie prevista dalla norma. Anche le altre strutture, che dovrebbero ruotare intorno alla scuola, spesso sono sfuggenti, talora per motivi analoghi a quelli sopra menzionati: la paura, la diffidenza, l’ostilità più o meno manifesta sono sentimenti, che determinano effetti non virtuosi in quegli operatori, che dovrebbero affiancare l’attività corretta delle scuole.

Cosa fare, allora? Nessun ostacolo, interno alla stessa organizzazione scolastica o tipico del contesto sociale ad essa esterno, deve giustificare invero il fallimento: dietro e dopo ogni sconfitta, da parte degli educatori, non può non esserci l’intenzione di rilanciare un progetto educativo e, prima ancora, “politico” nell’accezione più nobile e neutrale di tale termine. Garantire a tutti la possibilità di riuscire nella vita, attraverso la dimensione del successo scolastico, non solo si sposa perfettamente con i nostri principi morali evangelici, ma è perfettamente aderente ad una moralità laica, che fa dell’Uomo il principale artefice del proprio destino, purché egli venga messo nelle giuste condizioni di operare per il Bene dallo Stato e dalle istituzioni solidaristiche, che lo dovrebbero accompagnare nel suo irto percorso di progresso nel corso della vita terrena.

Rosario Pesce

Dirigente scolastico, dapprima nella secondaria di primo grado e, successivamente, nella secondaria di II grado. Gli piace scrivere di scuola, servizi, cultura, attualità, politica. I suoi articoli sono stati già pubblicati da riviste specialistiche, cartacee ed on-line, e da testate, quali: Tecnica della scuola, Tuttoscuola, Edscuola, Ftnews, Contattolab.