SANTO O CRIMINALE, COSA IMPORTA?

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Da quale parte sta il giusto, da quale parte sta la verità? Aldilà di ogni luogo comune, chi può ergersi a giudice, o arrogarsi il diritto di esprimere giudizi?

Per noi che amiamo Napoli non è vero che “basta che ce sta ‘o sole, che c’è rimast ‘o mare”. Ogni volta è una ferita nuova che ci lacera l’orgoglio e la dignità. L’orgoglio di vivere in una delle più belle città del mondo, o di avercela a quattro passi, come chi scrive, e di saperla devastata da un cancro. Di vederla sporcata dai suoi stessi figli. Di guardarla impotenti mentre viene stuprata da chi non aspetta altro che accadano episodi come la morte di Davide Bifolco, per puntare il dito e sputtanarla.

Non giustifico nulla. Non il fatto che fossero in tre su un motorino, non che fossero senza casco, e senza assicurazione. Ma non è questa la normalità, a Napoli. È  vero, Napoli è una città dove poco funziona come dovrebbe, dove spesso le eccezioni diventano regole, e dove tanti fanno finta di dimenticarle, quelle regole a cui si cercano scappatoie. Però c’è anche un’altra Napoli, quella delle persone per bene. Non i perbenisti, che ieri sera hanno pensato “un delinquente in meno sulla faccia della terra”. Sono tanti, tanti di più,  i napoletani come si deve, che davanti a questa morte assurda sono rimasti in silenzio, e non per indifferenza.

C’è un detto, a Napoli. E si sa che la saggezza popolare difficilmente sbaglia. Recita “nun sputà ‘ncielo, che ‘nfaccia ti cade”. Non sputare in cielo, che ti ritorna indietro. Non spariamo sentenze, su quello che è successo a Davide Bifolco. È morto un ragazzo di diciassette anni. Un santo, un delinquente, che importa? Cerchiamo il senso, in questa morte assurda. Non lasciamo che sia morto inutilmente. Non assolvo chi ha sparato, non lo condanno. Non spetta a me farlo, anche se da italiana – e non perché partenopea – ho poca fiducia nel fatto che la verità sulla dinamica venga fuori. Ci faranno sapere la verità più comoda per tutti, come sempre.

 Intanto, però, Davide è morto, e c’è una madre che lo piange. Maledicendo una divisa e uno Stato, sicuramente, ma sicuramente anche maledicendosi per non essere stata capace di impedirgli di salire su quel motorino.

Qualcuno potrebbe dire che era statisticamente  probabile che succedesse a Napoli. Per me, da madre, un ragazzo come Davide non è un numero. Ho un figlio di vent’anni. È nell’esercito. Potrebbe trovarsi, un giorno, a dover sparare, o essere ammazzato. Insegnamo –  proviamoci almeno –  ai nostri ragazzi, il rispetto per la vita. La propria, prima di tutto. Inizia tutto da lì. E non solo a Napoli.

Mariateresa Belardo

Al Domenicale con entusiasmo da più di un anno, dopo il banco di prova con Paralleloquarantuno. Giornalista per passione, scrive di tutto quello che la entusiasma, predilegendo i temi dell’ambiente e della cultura. Classe ’71,buddista, due figli, nel tempo libero cucina e gioca a burraco. Se dovesse descriversi con una sola parola, sceglierebbe “entusiasmo”, anche se si definisce un’anima in pena. Scrivere le è indispensabile: si firma #lapennallarrabbiata, e questo è il suo modo per denunciare ingiustizie e dare voce ai sentimenti che vive, come tutto quello che la riguarda, con un coinvolgimento totale.