Sono stato fortunato a crescere con nazionali vincenti e che sapevano emozionare. Poveri millennials!

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di Pompeo Di Fazio

Sono stato un bambino prima, e un ragazzo poi, molto fortunato. Sono cresciuto con il duetto tra Rossi e Bettega a Buenos  Aires nel 1978, quando Bobby gol dopo un triangolo con Pablito infilò Pato Fillol.

 La mia gioia per il pallone si è trasformata in emozione allo stato puro, forse una delle più intense provate nel corso della mia vita, con la vittoria al Mundial spagnolo. Mi sono esaltato nelle notti magiche di Italia 90. Ho pianto per il rigore di Baggio a Usa 94 e per il palo sfiorato dal Divin codino a Francia 98.

Poi la magica notte di Berlino del 2006. E’ stato proprio quel 9 giugno del 2006 il giorno della fine della mia gioventù, alzando al cielo la Coppa del Mondo ed entrando nel mondo degli adulti.

Momenti belli e ricchi di pathos positivo che mai potrò dimenticare, che hanno reso il pallone una delle mie più belle passioni. Quelle passioni che si costruiscono da piccoli e che hanno bisogno di cementarsi attraverso grandi imprese come quelle che ho ricordato. Anche inframezzate da delusioni. E tante ce ne sono state. Ma sempre nella cornice di un perimetro positivo di esperienze.

Fatta questa debita premessa, mi viene da pensare alla generazione dei millennials che queste emozioni non le hanno potute vivere con la maglia azzurra: nel 2010 eliminati dalla Slovacchia, nel 2014 dall’Uruguay e dal Costa Rica, nemmeno qualificati al mondiale di Russia. E poi l’eliminazione di ieri sera contro la Macedonia del Nord.

Non mi voglio avventurare in disquisizioni tecniche, voglio parlare con gli occhi e con il cuore del tifoso, in particolare dei più giovani ai quali è stata sottratta una delle parti più belle del loro percorso di crescita: perché guardare l’Italia ai Mondiali, tutti insieme, caso mai in una piazza dei nostri tanti paesi, esultare insieme, correre mano nella mano con tuo padre dopo il gol di Altobelli come è successo a me, è bellezza e gioia che non hanno prezzo. E che rimarranno impresse per tutta la vita.

La Nazionale degli ultimi anni, oltre ad aver fallito dal punto di vista del gioco e dei risultati, ha fallito anche in questo: non ha svolto il suo ruolo di acceleratore di emozioni e di sentimenti condivisi. Peccato.

Vivo in provincia di Frosinone. Sono un marito e un padre felice. Ho sempre avuto la passione per la scrittura e per il giornalismo, anche se non è mai diventata la mia professione. Mi interesso di tutto, in particolare di politica e di calcio: ho cercato di unire i due aspetti con un libro dal titolo, Aboliamo la Juventus. Mi piace l’ironia e il sarcasmo, perché la vita va affrontata soprattutto con leggerezza.