Ultime notizie dalla Croazia: a pubblico in delirio non far festa

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di Enrico Ariemma

Sono passato indenne attraverso una fase del rapporto tra tifoseria e squadra deprimente ‘o vero. Battevi la Juve, l’Inter, il Milan: quattro battimani verso il pubblico a metà campo e di corsa, alla chetichella, negli spogliatoi. In trasferta, poi (perché sapete, io tengo la tessera, non ditemi niente), se vincevi, o anche se perdevi, i calciatori non tenevano manco il permesso (di chi, non so, e se lo so lo dico e lo nego) di venire sotto la curva a ringraziarti.

Certo, talune perversioni sono attive anche oggi nei portabandiera di quei concetti arcani che, senza conoscerne esattamente il senso, questi tizi definiscono coerenza e mentalità: ancora adesso, diciamo all’ altezza di Bergamo, leggevo di inverecondi, pietosi, avvilenti delirii del tipo “che grandi i ragazzi, però che vomito, la maglia gettata ai tesserati”. Ai tesserati, avete letto bene.

Agli infami, in pratica.

Ma di ciò si tace. E passammo appriesso.

Ora, con zio Sarri, d’emblée, sinergia, condivisione, simpatia, arte suprema dell’immaginazione affettiva. Questo è, per i miei ragazzi, stare con la gente tra la gente, dopo una vittoria. da curva a curva, coast to coast. Con il capo della banda (Pepe Reina), con il masto (Gonzalo Higuain), con tutti, e il medium è un coro nato per caso, che pletore di poveretti ci copiano in mezza italia.boban 1

Poi arriva Zvone Boban, che è stato un giocatore buono e anche ottimo, e al quale cervello non manca, a ricordarci che poi non c’è motivo di andare sotto la curva, è roba da provinciali, e un successino parziale non ti assicura quello finale, anzi ride bene chi ride ultimo, e giù il ricorso al repertorio paremiologico, con il sorrisone ipocrita e peloso di Caressa che lo titillava con la piumetta in zone parascrotali.

Ma comme vanno ‘nfreva. Manco sanno che significa stare a guardia di una fede, da queste parti.

Ma che ne deve sapere Zvone Boban. Gran giocatore, ma che nella vita, poverino, e sono serio, ha conosciuto soltanto divisione, collisione, attrito, guerra. Uno che in mezzo a un campo di calcio, forse pure non senza buone ragioni, ha preso a calci un poliziotto “di parte” più meschino di lui. Uno che non conosce, e non glielo imputo, la gioia della coesione, dell’unum cor, una mens, dell’opera d’amore che diventa fluido tra chi agisce e chi sostiene. O, semplicemente, la franca lealtà del saluto dopo la battaglia sportiva. Il trovarsi insieme, alla fine, comunque sia andata. Ma che ne deve sapere, Zvone Boban, allevato non per sua colpa nell’odio.

Noi amiamo e ci amiamo, e ci lasciasse fare senza rosicare come un castoro impotente, prima di marchiarsi di infamie ulteriori, con la barbetta da guru dei miei cabbasisi.

 

Enrico Ariemma

Enrico Ariemma Docente di Lingua e Letteratura latina presso l’Università di Salerno. Uomo di inverni miti e di estati di passione, malato di Napoli e di filologia, in quale ordine non saprebbe dire. Chirurgo di testi per vocazione antica e per impegno accademico, prova con francescana ostinazione a educare alla Bellezza, dinanzi ai cui inattesi impercettibili cristalli si stupisce e si commuove. Per questo detesta con pervicace ostinazione il brutto, il crasso, il banale, il volgare. Stanziale da quarant’anni al San Paolo, legge, scrive, insegna, cavalca una moto, inforca gli sci, va per mare, vagabonda per mostre, viaggia per le leghe del pensiero e per le strade del mondo. Ama.