GENERAZIONE DEGENERATA

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Io lo so che cos’è la violenza. L’ho vissuta sulla mia pelle, e so i segni che lascia. Conosco la vergogna che ti resta dentro, nonostante tu sia la vittima. E convivo, ogni sacrosanto giorno, con la paura che uno dei miei figli possa provare le stesse cose.

Sono una mamma, una di quelle mamme per tanti versi moderna ed emancipata, ma cresciuta sentendosi ripetere il vecchio adagio secondo il quale “mazza e panelle, fanno i figli belli”. Mia mamma però, lo concludeva sempre aggiungendo “ panelle senza mazza, fanno i figli pazzi”.


A quattordici anni non si può stare in un letto d’ospedale, con delle lacerazioni gravissime nel fisico e nell’anima, perché “era uno scherzo”. L’episodio, terrificante,  che è accaduto a Pianura non si può commentare. Non riesco a trovare epiteti per classificare un essere nella cui testa passi anche per un solo istante l’idea balorda di infilare una pistola ad aria compressa nelle parti intime di un quattordicenne. Figuriamoci poi se il suddetto essere l’idea la mette pure in pratica. Ma voleva scherzare, figuriamoci. Non è mica morto, il ragazzino. E a dirlo sono i genitori, del sempre suddetto essere. Che non può essere collocato fra gli umani, ma – per carità – neppure fra gli animali. Perché gli animali hanno un senso di protezione verso i cuccioli dal quale molti potrebbero solo imparare.

Ma come fa una mamma a giustificare un comportamento del genere? Che razza di padre è quello che, guardandosi allo specchio, non riconosce il proprio fallimento negli atti della sua progenie?

Come è possibile trovare una sola attenuante ad un gesto così vile, barbaro, e vigliacco?

Povera, questa generazione. Figlia di chi ha pensato di cancellare ogni insegnamento, secondo il quale al “maestro” di scuola si dava il voi, alla persona anziana si cedeva il posto a sedere, allo sconosciuto che incrociavi per strada si diceva “buongiorno”. Rinnegando anni di consolidata saggezza, in nome di una libertà male interpretata, e conquistata a suon di passi indietro per quanto riguarda dignità e decoro.

Non il decoro per cui hanno pregato in piedi le sentinelle. Il giusto, sta sempre nel mezzo. Ci si può emancipare, ed essere liberi, solo nel rispetto a 360°. E il rispetto si conquista soltanto con l’esempio.

Mi chiedo che razza di esempio abbia avuto, il bruto di Pianura, e che genere di esempio possa essere per il figlio che ha concepito. Non gli concedo neanche l’attenuante dell’ignoranza: sarebbe troppo semplice ricondurre il tutto alla mancanza di studi o di possibilità. Non gli auguro di vivere lo stesso strazio dei genitori del ragazzino napoletano. Gli auguro di prendere coscienza di quello che ha fatto, di avere l’umiltà di chiedere perdono, per poter sperare – un giorno – di guardare negli occhi di suo figlio con la dignità di uomo.

E ai genitori, vorrei chiedere silenzio. A volte, un passo indietro, è necessario. Se ai figli non abbiamo saputo dire un “no”, quando serviva, impariamo a riconoscere di aver sbagliato. E cerchiamo di rimediare.

“Se ci fosse una scuola per imparare a fare i genitori – diceva sempre mia mamma – ci andrebbero in tanti”.

La frequenza dovrebbe essere obbligatoria, aggiungo adesso che comprendo il significato delle sue parole.

Mariateresa Belardo

Al Domenicale con entusiasmo da più di un anno, dopo il banco di prova con Paralleloquarantuno. Giornalista per passione, scrive di tutto quello che la entusiasma, predilegendo i temi dell’ambiente e della cultura. Classe ’71,buddista, due figli, nel tempo libero cucina e gioca a burraco. Se dovesse descriversi con una sola parola, sceglierebbe “entusiasmo”, anche se si definisce un’anima in pena. Scrivere le è indispensabile: si firma #lapennallarrabbiata, e questo è il suo modo per denunciare ingiustizie e dare voce ai sentimenti che vive, come tutto quello che la riguarda, con un coinvolgimento totale.