di Alfredo Carosella – Immagine Bilal
“La rabbia e l’orgoglio” è il titolo di un noto libro di Oriana Fallaci, pubblicato nel 2001 in seguito all’attentato alle Torri Gemelle. Si poneva, allora, lo sprone a reagire con orgoglio – sulla base di una rivendicata superiorità culturale – alla rabbia causata dall’indignazione e dal dolore per l’attacco al cuore dell’Occidente. La colpa di quanto accaduto, si sosteneva, era del “politicamente corretto” e della debolezza dei governi occidentali.
Da allora, in molte parti del mondo, partiti nazionalisti e di destra hanno acquisito sempre maggiore consenso e, anzi, ogni giorno arriva qualcuno che si pone più a destra degli altri – ritenuti evidentemente troppo molli – per puntare il dito contro gli immigrati e un certo tipo di politica: quello della cultura “woke”, che richiama all’attenzione verso le ingiustizie sociali, le disuguaglianze di genere, i diritti delle minoranze.
Lo slogan “stay woke” (rimani sveglio) è nato negli anni ’30 tra gli afroamericani come monito a restare vigili contro il razzismo; ha ripreso vigore nel 2014, dopo l’uccisione di Michael Browne – afroamericano, diciottenne e disarmato – da parte della polizia di Saint Louis; negli ultimi tempi è stato esteso a difesa di varie minoranze e parità di genere e – per tanti – è diventata una parolaccia, un’offesa. “Woke”, per certa parte della politica, è qualcosa di malsano, da combattere senza pietà. Fa così paura che persino alcuni politici di sinistra, in vista delle prossime elezioni, hanno deciso che è meglio non esagerare con questa cultura “woke”.
Però, rispetto a venticinque anni fa quando si metteva sotto accusa il “politicamente corretto”, non è cambiato nulla e la rabbia aumenta: come mai? La risposta scontata è che la creazione di un nemico da combattere aiuta a serrare i ranghi e aumenta il consenso elettorale ma l’argomento che qui si vuole affrontare è un altro: se ci fosse una reale volontà di abbassare il livello di rabbia, bisognerebbe tentare di capire da cosa si origina.
Uno dei fattori scatenanti potrebbe essere l’incertezza che, non a caso, cresce come la rabbia. Con essa, la frustrazione, la minaccia fisica o psicologica, la percezione di un torto. Si potrebbero elencare altri fattori ma proviamo a soffermarci su quello dell’incertezza e cominciamo col porci una domanda semplice: quanto mi sento al sicuro? Molto poco, diciamoci la verità. Crisi economica, guerre senza fine (inimmaginabili, fino a pochi anni fa), cambiamento climatico (con buona pace dei negazionisti), precarietà, difficoltà o impossibilità di accesso alle cure, cambiamenti tecnologici sempre più veloci e la cui evoluzione è difficile da prevedere: si pensi all’avvento dell’intelligenza artificiale. E i flussi migratori? E l’eccessiva attenzione verso il “politicamente corretto”? Davvero pensate che siano questi i problemi principali che dobbiamo affrontare?
Fino alla generazione che ci ha preceduto, due impiegati statali avevano la possibilità di acquistare una casa dignitosa; chi aveva un lavoro lo conservava – salvo alcune eccezioni – per tutta la vita e, quindi, poteva ragionevolmente pianificare il futuro. Chi poteva godere delle ferie, attendeva con gioia l’arrivo dell’estate.
Oggi diminuiscono i matrimoni e figli perché, pur lavorando, per tanti è impossibile mettere su famiglia; la precarietà – sotto vari punti di vista – è entrata a far parte delle nostre vite; l’estate è diventata un flagello a causa del prolungato caldo estremo e non vediamo l’ora che finisca. Viviamo con la necessità quotidiana di difenderci da attacchi continui: truffe, raggiri, attacchi hacker, marketing aggressivo, fake news.
È finita la spensieratezza anche per chi ne ha goduto per decenni. Smarriamo progressivamente la capacità di controllare le nostre vite, non riusciamo più a capire cosa sia vero e cosa no, perdiamo fiducia verso il prossimo e verso le istituzioni. D’altra parte, siamo arrivati all’ossimoro di un onorevole che si dice compiaciuto di essere considerato feccia. È solo uno step di una reazione a catena che sembra inarrestabile: il prossimo, per richiamare l’attenzione, dovrà spararla ancora più grossa.
Il risultato è che, per strada e nelle piazze virtuali, il risentimento e la violenza verbale crescono ogni giorno di più, e sconosciuti si sentono in diritto di offendere chiunque in modo pesante e volgare.
L’atleta Manila Esposito, medaglia d’oro nel corpo libero agli europei 2026, è stata definita “troppo grossa”, “poco elegante”. Paola Egonu, campionessa indiscussa della nazionale di pallavolo con vittorie mondiali e olimpiche, è costantemente oggetto di insulti razzisti e di body shaming.
L’ondata di odio può essere talmente grande da sommergere anche chi ha raggiunto l’apice del successo: Nelly Furtado ha annunciato lo stop ai concerti a causa delle troppe critiche riguardo al suo aspetto fisico e lo stesso ha fatto la popstar Ariana Grande.
Qualcuno ricorderà cosa è successo a un’artista immensa quale Mia Martina. Quindi è sempre stato così? No, è un po’ come per le ondate di calore: d’estate ha sempre fatto caldo ma mai come quest’estate, per novanta giorni di seguito, con temperature di 8 gradi sopra la media. E sarà sempre peggio.
Per non parlare, poi, di cosa succede ai più deboli: vediamo colpire anziani, bambini, disabili. Spesso per futili motivi. Come si esce da questa spirale mortale? Bisognerebbe “abbassare i toni”. Il problema è che lo dicono in tanti ma non lo fa nessuno.