I miti sopravvivono anche perchè vengono continuamente reinterpretati, riadattati, talvolta storpiati, ma mai dimenticati 

di Giosuè Di Palo 

Dobbiamo sentirci così profondamente fortunati dal poter dire di aver vissuto l’epoca in cui delle gesta -tramandate oralmente per millenni, prima di essere poi messe per iscritto dai cantori, e che rappresentano il punto più alto del sentire comune, della consuetudine di una civiltà – vengono reinterpretate e riadattate ancora, e ancora, secondo chiavi di lettura sempre nuove.

Non c’é ora, e non ci dovrebbe essere mai, risentimento per la riscoperta e la riedizione dell’Odissea, perché per sua natura é un canto tramandato, un racconto fatto di visioni, suggestioni e immagini che subiscono, inevitabilmente, gli stravolgimenti dovuti al passare del tempo. 

Un po’ come quando da piccoli giocavamo al telefono senza fili e le parole venivano riadattate, alcune volte completamente modificate, ma era il bello anche del gioco.

Ed è per questo che, qualsiasi opinione si possa avere dell’opera originaria rispetto alle sue trasposizioni, penso che parlare di messaggi così importanti come l’orrore della guerra, le sue conseguenze post- traumatiche, i legami che resistono nonostante le distanze spazio-temporali, non sia mai tempo sprecato.

L’Odissea di Nolan é sicuramente altro dal “Musa, quell’uom dal multiforme ingegno dimmi…” cantato nel Prologo (che molti di noi sono stati costretti a imparare a memoria) ma non per questo meno suggestivo.

É il viaggio di ritorno da una guerra, qualunque guerra, di un uomo che porta con sé il trauma e i sensi di colpa delle stragi che ha commesso, dell’aver tradito la sua stessa fede, sua moglie, la sua famiglia.

É il viaggio di ritorno, così contemporaneo, di qualunque soldato che ritorna a casa, con i disturbi post traumatici e gli incubi che lo tormentano la notte.

E poi é la storia delle donne, mai marginali, mai un passo indietro a nessuno.

Dalla scaltra e feroce Penelope che regna per oltre vent’anni da sola, senza alcun uomo al suo fianco, alla maga Circe, segnata dagli orrori degli uomini del mare, dalla violenza e dagli stupri, che reagisce e risponde con la stessa moneta.

Passando, poi, per Calipso, anni luce lontana dalla donna ammaliatrice e seduttiva che incatena Ulisse per sette anni promettendogli l’immortalità, in una nuova veste da “psicologa moderna” che cerca di ragionare con lui e di accettarne il destino.

Del sacro che si mischia con il profano, degli Dei che non si manifestano mai realmente, di un Atena così lontana dal suo immaginario collettivo, spoglia di ogni simbolo divino, impersonificazione -forse- dell’animo stesso di Ulisse che cerca risposte alle sue domande esistenziali.

E poi ci sono loro: gli Uomini del Mare. Sempre evocati, eppure tenuti sullo sfondo, come un presagio oscuro, simbolo di un futuro decadimento destinato ad avvolgere l’intera civiltà.

Forse sono proprio loro il più grande mistero dell’Odissea, più dell’esistenza degli dei.

Fino alla fine si resta nell’incompletezza e nell’attesa della rivelazione.

Poi, Nolan ne offre una lettura audace ma affascinante: gli uomini del mare altro non sono che gli stessi uomini di Odisseo.

Proprio coloro che sfruttarono l’ingegno e l’astuzia del cavallo di Troia furono gli artefici della fine della civiltà intera.

Perché, in fondo, é quando si finisce per dubitare dell’ospitalità, quando si spezza il legame con la xenia (“la legge di Zeus”) e si profanano i luoghi sacri, si violentano le donne e si taglia la testa della statua della Dea Atena, che ha inizio il decadimento morale e sociale.

Ed é una rilettura tremendamente attuale e sovrapponibile al contesto geopolitico che viviamo oggi, caratterizzato da incertezze, ombre, guerre, distruzione.

É una storia potentissima, un omaggio alla Sicilia, alla mitologia greca, alla culla della civiltà e ai valori che muovono, ancora oggi, il nostro agire e stare nel mondo.

Ed è il simbolo del fatto che i miti sopravvivono proprio poiché vengono continuamente reinterpretati, riadattati, talvolta storpiati, ma mai dimenticati.

Se smettessero di esserlo, diventerebbero reperti da museo e non opere vive. 

La mia maestra alle Elementari diceva sempre la solita frase che a ogni ragazzo, un po’ svogliato e con la testa già proiettata al dopo, si dice: “suo figlio è intelligente, ma non si applica”. Ne ho fatto uno stile di vita. Studente di giurisprudenza presso la Federico II e di recitazione cinematografica in CinemaFiction. Appassionato di scrittura e di cinema. Scrivo opinioni, non richieste, su tutto ciò che a mio avviso merita di essere raccontato e discusso. Perché nella vita ho imparato che è sempre meglio avere un opinione che subire passivamente il corso delle cose.