Noblesse oblige e lazzaroni: lo psicodramma partenopeo

Condividi su
Share

di Gianluca Spera

Dalle 23.38 del 10 dicembre, immediatamente dopo l’annuncio dell’esonero di Carlo Ancelotti, si è scatenato uno psicodramma collettivo che rasenta la follia.

In città sono già spuntate le prime inconsolabili vedove ancelottiane, abbondano i feticisti del sopracciglio sollevato a cui si aggiungono i soliti predicatori che ammorbano l’aria con i loro sermoni da moderni Savonarola, gli avvelenatori di pozzi in servizio permanente che dispensano insulti e bestialità. 

Da stamattina sono spuntanti anche eminenti sociologi che contrappongono la Napoli nobile, intellettuale, progredita di inevitabili simpatie ancelottiane a quella lazzara, plebea e addirittura barbara che ha favorito (non si sa come) l’avvicendamento del Maestro Carlo con il rude allievo Gattuso (e non Guttuso di cui sicuramente i viceré locali apprezzeranno le pennellate).

Sarebbe tutto estremamente stimolante e commovente se si prescindesse da un unico incontestabile e innegabile dato, volgarmente calcistico: Re Carletto, il sovrano senza scettro e ora anche senza trono, ha fallito clamorosamente.

Quest’esonero, anzi, è arrivato con colpevole ritardo.

In un anno e mezzo, Ancelotti ha demolito un meccanismo perfetto, ha assecondato qualsiasi richiesta della proprietà facendo ruotare addirittura il portiere, ha chiesto giocatori che non gli sono stati comprati, ha lodato un mercato assolutamente deficitario, dopo quindici partite è a 17 punti dalla vetta e a 8 dalla qualificazione in Champions (vitale per le casse societarie), senza considerare il calcio noioso, avvilente, irritante che ci ha inflitto.

L’ultimo allenatore a essere licenziato da De Laurentiis era stato Donadoni. Dieci anni dopo, il più aziendalista tra i tecnici che si sono avvicendati sulla panchina azzurra è rimasto con il cerino in mano e ha pagato sia per le sue colpe che per quelle della società. Per esser considerato un Re, si è dimostrato quanto meno ingenuo per come è stato detronizzato.

Ora l’attende l’Arsenal o, forse, l’Everton. Chissà se l’intellighenzia inglese saprà apprezzare il calcio ancelottiano come un quadro di William Turner, famoso come il pittore della luce. Magari servirà a rimuovere il buio dei mesi partenopei.

Intanto, è arrivato Gattuso. 

Alcuni già preconizzano un fallimento per un allenatore ritenuto di scarsa esperienza. Sono gli stessi che forse si eccitavano quando il Napoli veniva bastonato a domicilio dall’intraprendente Cagliari o dal modesto Bologna.

Forse, per evitare figuracce, sarebbe più opportuno rimuovere gli sciocchi pregiudizi verso il nuovo tecnico. Sarri, per esempio, fu accolto con lo stesso scetticismo.

Una cosa appare evidente: difficilmente Gattuso potrà far peggio del leader calmo, fin troppo calmo. Inoltre, il cambio di panchina toglie qualsiasi alibi ai giocatori e responsabilizza la squadra che non può nascondersi dietro il parafulmine dell’allenatore delegittimato.

Certo, la rosa che eredita ha delle lacune e il nuovo tecnico dovrà far di necessità virtù.

Innanzitutto, vanno recuperati Callejon, Mertens e Insigne che sono gli assi della squadra. Chi li giudica bolliti, da vendere, da rottamare potrebbe dedicarsi ad altre discipline sportive o ai giochi di società per aspiranti intellettuali. Nel frattempo, potrebbero ripassare i tabellini delle partite di Champions. Così, tra un romanzo di formazione e un feuilleton sulla monarchia borbonica.

Perciò, il rilancio riparte da queste poche certezze. Eventuali partenze, a campionato in corso, risulterebbero deleterie. Sarebbe come piantare l’ultimo chiodo sulla bara di questa stagione.

Piuttosto a gennaio, bisognerebbe acquistare un regista, figura chiave nel gioco di qualsiasi squadra di cui ci si è privati con incredibile autolesionismo. Le prime parole di Gattuso non lasciano spazio a dubbi né interpretazioni di sorta su questo punto.

Senza dimenticare l’affaire Ghoulam. Se non si può più fare affidamento sull’algerino, va preso un altro terzino sinistro. Senza se, senza ma e senza braccino corto.

Servirà tutto questo per rilanciare il Napoli? Lo scopriremo solo nelle prossime settimane.

Infine, toccherà sempre ad ADL fare chiarezza. Cosa vuol fare da grande? Come intende gestire il futuro? Qual è il suo “business plan” e quali sono i suoi obiettivi sportivi? Intende lasciare o raddoppiare gli investimenti?

Intanto, il pezzo pubblicato sul Sole 24 Ore, a firma di Marco Bellinazzo, dimostra che tutte le perplessità espresse (magari dalla Napoli dei lazzari e non da quella dei salotti decorati e dei vernissage) sulla gestione familiare di una società di calcio che ha assunto dimensioni importanti (anche grazie ad ADL) non erano così infondate e che l’economia, almeno oggi, fa impallidire la retorica. In questo senso, De Laurentiis è stato il sicuro artefice di un Napoli di vertice ma anche il suo stesso limite nel momento in cui era necessario fare un piccolo sforzo per arrivare a un successo che avrebbe consacrato la sua presidenza. Invece, prevalgono rancori e incomprensioni nel rapporto con la città (sempre quella lazzara, le élite intellettuali sono pronte a celebrare il Te Aurelium davanti a un Caravaggio o con un coro gospel natalizio).

Tornando seri, se il presidente fosse interessato a ristabilire un rapporto sereno con la città e la tifoseria (lazzari o aristocratici, non importa), dovrebbe convocare una conferenza stampa prima della fine dell’anno.

Per una volta, risponda a delle domande vere, anche scomode, guardando i napoletani negli occhi. E sia sincero. I lazzari apprezzano di più che la schiettezza, la trasparenza e la lealtà delle vittorie. Ai nobili basta uno spritz con ghiaccio.

Eppure, la conferenza stampa di ieri è andata in tutt’altra direzione, visto e considerato che De Laurentiis non ha risposto ad alcuna domanda, salvo insultare il vice direttore del Corriere dello Sport, Barbano.

Gattuso, invece, nelle risposte, si è dimostrato più brillante delle domande banali che gli sono state rivolte. Il nuovo allenatore (piano con i soprannomi che non portano bene, anche se la superstizione è roba per il popolino) ha fatto una buona impressione; è sembrato convinto, determinato e sicuro di sé.

Il nodo gordiano resta sempre il rapporto con la proprietà e i margini di manovra che può avere l’allenatore, soprattutto in sede di calciomercato a gennaio. In apparenza i termini dell’accordo non lasciano un grande potere contrattuale però, confidiamo che la tenacia di Gattuso, capace di mettere a posto persino l’invadenza dell’ex ministro Salvini sfegatato tifoso milanista, possa spronare anche il granitico e parsimonioso ADL.

“Il settimo posto è imbarazzante per il Napoli”, ha detto Gattuso che sembra aver già compreso la delicatezza del momento. Imbarazzante come l’inchiostro sprecato dalle oligarchie metropolitane che assomigliano tanto ai personaggi boriosi e decadenti di un romanzo di Musil.

 

Gianluca Spera

Gianluca Spera, classe 1978. Di professione avvocato da cui trae infinita ispirazione. Scrittore per vocazione e istinto di conservazione. I suoi racconti “Nella tana del topo” e “L’ultima notte dell’anno” sono stati premiati nell’ambito del concorso “Arianna Ziccardi”. Il racconto “Nel ventre del potere” è stato pubblicato all’interno dell’antologia noir “Rosso perfetto-nero perfetto” (edita da Ippiter Edizioni). Autore del romanzo "Delitto di una notte di mezza estate" (Ad est dell'equatore)" Napoletano per affinità, elezione e adozione. Crede che le parole siano l’ultimo baluardo a difesa della libertà e dei diritti. «L'italiano non è l'italiano: è il ragionare», insegnava Sciascia. E’ giunta l’ora di recuperare linguaggio e ingegno. Prima di cadere nel fondo del pozzo dove non c’è più la verità ma solo la definitiva sottomissione alla tirannia della frivolezza.