di Sarapatrizia Tortoriello
Yayoi Kusama è morta a Tokyo a 97 anni.
E con lei se ne va una delle figure più radicali, riconoscibili e misteriose dell’arte contemporanea.
Da bambina vedeva il mondo trasformarsi davanti ai suoi occhi: fiori, reti, punti, forme che si moltiplicavano fino a invadere le pareti, gli oggetti, il suo stesso corpo. I confini tra sé e ciò che la circondava sembravano dissolversi.
Kusama non cercò di cancellare quelle visioni.
Cominciò a dipingerle.
Un punto dopo l’altro.
Una rete dopo l’altra.
Fino a fare dell’ossessione un linguaggio e della ripetizione una vertigine.

Nascono così le Infinity Nets, le zucche, gli ambienti specchianti, le stanze nelle quali il nostro corpo sembra moltiplicarsi e poi scomparire. Nasce quella che lei chiamava self-obliteration: l’annullamento dell’io dentro una trama più grande, infinita, cosmica.
Ma sarebbe troppo facile raccontare Yayoi Kusama soltanto come la donna che trasformò la propria sofferenza in arte.
Kusama è stata molto di più.
Arrivata a New York alla fine degli anni Cinquanta, entrò nel cuore dell’avanguardia americana quando quel mondo era ancora quasi interamente maschile. Dipinse, realizzò installazioni, performance, happening. Mise in discussione il corpo, la sessualità, la guerra, il mercato, l’idea stessa di opera d’arte.
E costruì un universo che oggi riconosciamo al primo sguardo.
Dal 1977 scelse di vivere in una struttura psichiatrica di Tokyo. Poco distante c’era il suo studio. Ogni giorno usciva, raggiungeva quel luogo e lavorava.
Questo dettaglio della sua vita mi ha sempre colpito.
Perché l’arte non la “guarì” magicamente.
Non cancellò ciò che la tormentava.
Le diede una forma.
E forse è questa una delle cose più profonde che l’arte possa fare: non eliminare il dolore, ma impedirgli di restare muto.
Kusama prese qualcosa di privato, perturbante, quasi indicibile e lo trasformò in un’esperienza nella quale milioni di persone sarebbero entrate.
Ci ha fatto camminare dentro l’infinito.
Ci ha messi davanti a uno specchio per poi moltiplicarci fino a farci scomparire.
Ci ha ricordato che siamo individui e, nello stesso tempo, una parte minuscola di qualcosa che non riusciamo a misurare.
Oggi non muore semplicemente “l’artista dei pois”.
Muore una donna che ha fatto della fragilità una disciplina, dell’ossessione un metodo, della propria visione del mondo una delle immagini più potenti del nostro tempo.
E forse quei punti non erano decorazione.
Erano un modo per dirci che nessuna cosa esiste davvero da sola.
Un punto accanto a un altro.
Un corpo accanto a un altro.
Una vita dentro l’infinito.
Yayoi Kusama, 1929–2026.
草間さん、ありがとうございました。
Kusama-san, arigatō gozaimashita.
Grazie per averci insegnato che perfino ciò che ci spaventa può diventare forma, spazio, pensiero.
E qualche volta, arte. 
