Chernobyl resta un’istantanea sospesa nel tempo. Ma il nucleare è più attuale che mai

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A 40 anni dall’incidente nucleare più terribile della storia, con in corso lo scontro tra Iran e Stati Uniti sulle petroliere nello stretto di Hormuz, l’energia nucleare torna al centro del dibattito internazionale. Secondo un’analisi della fondazione World Economic Forum, le crisi che colpiscono il commercio di idrocarburi stanno spingendo governi e industrie a rivalutare fonti stabili e continue. Tra queste, il nucleare e i reattori modulari di nuova generazione.

“Le recenti tensioni nei principali corridoi energetici globali”, si legge nell’analisi, “evidenziano la necessità di sistemi elettrici resilienti e meno esposti a shock geopolitici”. Sul tema è intervenuto Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea). Secondo Grossi, tra i candidati ad assumere l’incarico di segretario generale dell’Onu, “lo slancio che vediamo oggi è il risultato di una crescente consapevolezza che un’elettricità affidabile e a basse emissioni di carbonio sarà essenziale per soddisfare la crescente domanda energetica globale”.

Oggi si calcola che nel mondo sono operativi oltre 400 reattori nucleari in 31 Paesi. Circa 70 invece quelli in costruzione. Il nucleare produce circa il 10 per cento dell’elettricità globale, pari a un quarto dell’energia a basse emissioni di carbonio. Nel frattempo, la tecnologia ha compiuto passi avanti: i reattori sono diventati più sicuri e meno costosi da costruire e gestire. Nonostante l’opinione pubblica sia stata segnata dall’incidente di Chernobyl e poi quello di Fukushima, in Giappone, nel 2011, il ritorno dell’energia nucleare era da anni considerato possibile.

Con le tensioni internazionali e le crisi energetiche, la tendenza ha subito un’accelerazione. “Il nucleare tornerà“, ha detto Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), in un’intervista all’agenzia di stampa americana Associated Press. “È visto come un sistema sicuro di produzione di elettricità, e vedremo che il ritorno del nucleare sarà molto forte, sia nelle Americhe, sia in Europa e in Asia”.

Gli Stati Uniti restano il principale produttore mondiale, con 94 reattori operativi, e puntano a quadruplicare la propria capacità entro il 2050. La Cina è invece il Paese di riferimento per la costruzione di impianti, con quasi 40 reattori in fase di realizzazione e l’obiettivo di superare Washington nella capacità complessiva.

Anche l’Unione europea sta rivedendo i propri orientamenti. Dopo anni di riduzione del nucleare, la Commissione Ue lo considera ora parte integrante della transizione energetica insieme alle rinnovabili. La presidente Ursula von der Leyen ha addirittura definito “un errore strategico” l’aver diminuito la capacità di produzione di energia atomica.

Nel 1990 il nucleare copriva circa un terzo dell’elettricità europea; oggi la quota è scesa al 15%. Secondo alcuni analisti, la contrazione ha aumentato la dipendenza dai combustibili fossili importati, come dimostrato prima dalla guerra in Ucraina e poi dalle tensioni in Medio Oriente.
In questo contesto, Bruxelles valuta lo sviluppo dei reattori modulari di piccola scala, considerati più flessibili ed economici.

Le posizioni tra gli Stati membri dell’Ue restano però divergenti. Francia, Svezia e Finlandia sostengono il nucleare, mentre Germania e Austria ne hanno di recente vietato l’uso. Anche il Belgio ha invertito la rotta, prolungando però la vita dei propri impianti, mentre la Spagna prevede ancora un abbandono graduale entro il 2035. La Francia rappresenta un caso limite: con 57 reattori, produce circa il 70 per cento della propria elettricità dal nucleare e continua a investire nel settore.
Anche la vicenda dell’Italia è rivelatrice. Nonostante due referendum nei quali i cittadini si erano espressi per il “no”, nel 1987 e nel 2011, il tema è tornato al centro del confronto politico. Nel 2025 il governo ha approvato una legge delega sul cosiddetto “nucleare sostenibile” e ha aderito all’Alleanza nucleare europea promossa dalla Francia.

Anche fuori dall’Europa si ridefiniscono strategie. Il Giappone ha riavviato parte dei reattori dopo Fukushima, mentre più Paesi africani stanno valutando questa tecnologia. La Russia ha intanto rafforzato il proprio ruolo internazionale, esportando tecnologia e costruendo nuovi reattori: anche in Bielorussia, Paese dove un terzo del territorio fu contaminato da Chernobyl.

Agenzia DIRE – 26/04/2026 – www.dire.it

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