SANREMO è uno stato d’animo

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di Mariavittoria Picone

È stato il Sanremo della celebrazione della femminilità, se non ve ne siete accorti, vi spiego perché.

Sal rinnova la promessa d’amore alla moglie, sua compagna da più di trent’anni, che lo ha supportato negli momenti meno gratificanti, con grande generosità; Saif canta “figli di nostra madre”, mentre porta sul palco la mamma, una gentile signora tunisina che gli ha regalato il suo stesso sorriso; Dito nella piaga contesta, con leggerezza e grande fascino, alcune manie dei nostri tempi, dai selfie al pilates, alle feste in cui imbucarsi, alle pubblicità delle app.

Questo, solo per citare i primi tre classificati, ma poi c’è Arisa, che interpreta Quello che le donne non dicono, rispettando fedelmente il testo scritto da Enrico Ruggeri, ignorando le speciose rettifiche della Mannoia. Arisa canta “e se ci trasformiamo un po’ è per la voglia di piacere a chi c’è già” e, continua, “ti diremo ancora un altro sì”. La cantante lucana rifiuta la versione “tosta”, degna di una donna tutta di un pezzo, che non cambia per amore, al massimo si confonde “e se ci confondiamo un po’…”, e diventa sadica, pur di non cedere mai al corteggiamento “ti diremo ancora un altro no”. Ecco, Arisa, più femminile di sempre, in abiti che esaltano il suo bel corpo, canta con dolcezza delle amorevoli trasformazioni e dei sì.

Coraggio che non ha J-Ax, che cede alle lusinghe del politicamente corretto, stuprando la canzone di Cochi e Renato, scritta da Jannacci e Pozzetto, per cui “la vita l’è strana, basta una sottana…” diventa “la vita l’è strana, basta una persona…” sacrificando anche la rima.

È stato, per molti versi, il festival della ribellione silenziosa alla cultura woke, che ci vuole tutti anonimi, orfani di qualsivoglia identità, che confonde la libertà con l’omologazione al pensiero unico, e finisce per esaltare le trasgressioni sartoriali.

Alla fine, vince una canzone antica, che, potrà sembrare ipocrita, e forse un po’ lo è, ma non merita le critiche sugli occulti messaggi politici, intravisti dagli estimatori della promiscuità e della precarietà dei rapporti. La canzone, in quest’epoca, risulta quasi trasgressiva, perché prova a donare un po’ di fiducia nelle relazioni sentimentali. Sarà per questo che mia figlia, assieme ad un’altra ventina di amici, tutti intorno ai vent’anni, con i quali sabato sera ha seguito la finale del festival, ha gioito per la vittoria di Sal da Vinci. Bianca mi ha mostrato il video in cui cantano tutti insieme, alla proclamazione della canzone vincitrice, bellissimi e gioiosi, come meritano di essere.

Questa, invece, è la canzone che ha portato a Sanremo la divina Patty Pravo e che a me è piaciuta tanto: testo di Giovanni Caccamo, cantautore siciliano, che godeva della stima del maestro Battiato. Opera è una moderna poesia, che non rispetta schemi e in alcune parti, mi ricorda alcuni versi che ho pubblicato di recente; non ha vinto, non avrebbe potuto, perché Patty non è più giovanissima, ma resta una regina, senza più trono, da amare con tenerezza.

Sulla terra siamo soli,

Solitari in compagnia,

Circondati da parole, parole,

Affidati a un’utopia.

Siamo santi e peccatori,

Naviganti e sognatori,

Un po’ satelliti,

Filosofi del niente.

Semplicemente la vita,

Semplicemente follia.

Cantami ancora il presente,

Nella vanità, io sono Musa, colore tagliente e poi Opera, l’Opera.

Ho viaggiato per il mondo

Tra oasi, deserti, e misteriose profezie

Dove il tempo è sospensione dell’eternità.

Ma poi sono le emozioni che ci cambiano,

Che ci spingono ad andare via da noi

Verso un’altra dimensione, tralasciando la ragione.

Semplicemente la vita,

Semplicemente pazzia.

Cantami ancora il presente

Nella vanità, io sono Musa, colore tagliente e poi Opera, l’Opera.

Io canto alla notte, respiro la notte,

Cammino di notte;

Sono Musa, colore tagliente e poi Opera

 

Evviva Sanremo, evviva la voglia di giocare, ridere e stare insieme, di noi che lo abbiamo guardato e commentato sulle chat whatsapp e sulle bacheche di Facebook, facendo storcere il naso a qualcuno.

Dobbiamo essere indulgenti con “gli altri”, perché “tanto, prima o poi, gli altri siamo noi”.

Mariavittoria Picone nasce in un caldo dicembre del 1970 a Napoli, dove vive e lavora. Ha pubblicato racconti e poesie su blog e riviste on line. Nel 2020 è uscito il suo primo romanzo Condominio Arenella (IOD Edizioni), accolto favorevolmente dalla critica e dai lettori. Nel 2021 pubblica, sempre con la casa editrice IOD, la raccolta di versi e pensieri Novantanove fiori selvatici. Sognatrice pragmatica, poetessa in prosa, sempre in bilico tra ordinarietà e magia, ironica e drammatica, si definisce un fiore selvatico, un'erba ostinata, nata tra il fuoco e l'acqua, tra un vulcano e il mare.