di Valentina Ferrante – Immagine di Enki Bilal
Alzi la mano chi almeno una volta non abbia pensato di sparire dai radar di ogni algoritmo che ci insegue appena con quel dito al mattino spegniamo la sveglia e iniziamo la nostra pantomima.
Certo non tutti (beati quelli che!) hanno deciso di vendere la loro anima al web, ma la maggioranza, il grande esercito siamo tutti noi.
Eravamo partiti pensando che “Faccialibro” ci avrebbe permesso di rivedere vecchi amici che non vedevamo da anni, magari persone che già all’epoca ci stavano elegantemente antipatiche, ma invece no! Siamo andati a cercarli perché:” chissà che sta facendo ora e com’è diventato”.
Trappola riuscita! La preda è presa! Dopo questo, ne sono arrivati tanti di social su cui abbiamo riversato tante, troppe ore delle nostre giornate e le cose potevano in un certo senso continuare anche ad andar bene, ma dopo un po’ su quelle piattaforme lì ci abbiamo messo tutto quello che era il nostro intimo, i nostri sentimenti, momenti che prima non avremmo mai pensato di condividere con il mondo; ci abbiamo messo i nostri figli, i nostri compagni e compagne, qualcuno addirittura ci ha messo mamme e papà in punto di morte; abbiamo sentito e sentiamo tutt’ora l’esigenza di condividere, di far sapere agli altri cosa ci sta succedendo, come se in questo modo le persone potessero validare la nostra vita, come se gli altri poi, dopo aver visto quanta gioia o quanto dolore stiamo attraversando stessero lì a pensarci e ad empatizzare con noi.
Nel frattempo alimentavamo con le nostre idee, il nostro viso, quello delle persone che amiamo, questa macchina fagocitatrice che non ne ha mai abbastanza; abbiamo millantato libertà di essere e di esistere solo con il caricamento di un’immagine, con un commento spesso arrabbiato e carico di odio; ci professavamo liberi e intanto diventavamo prodotto.
Tutto, a mio parere si intende, è diventato decadimento e mentre pensavamo di capire se nell’universo ci fossero altre forme di vita, abbiamo iniziato ad odiare chiunque ci disturbasse mentre eravamo presi a definirci liberi scrivendolo sulla tastiera di un telefono, bloccati in mezzo al traffico perché poco più avanti c’è stato un tamponamento “uno che sicuramente stava col telefono in mano” abbiamo pensato; oppure ritornando alla nostra scrivania a fare un lavoro che non ci piace, oppure ancora a dire di sì a qualunque cosa, perché abbiamo dimenticato che il NO, ci faceva sentire veramente esposti…sì…ho fatto tutto questo.