Approvato il decreto legge per la ricapitalizzazione di Banca Carige. Prosegue l’epopea dei salvataggi di Stato.

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di Alessandro D’Orazio

La notizia passata in osservato ai più è una di quelle che dovrebbe invece destare clamore: nella serata del 7 gennaio, infatti, è stato approvato dal Consiglio dei Ministri il decreto legge contenente misure urgenti per il salvataggio di Banca Carige. In particolare nel documento, così come rilevabile da un comunicato di Palazzo Chigi, si prevede la possibilità “di accedere a forme di sostegno pubblico della liquidità che consistono nella concessione da parte del ministero dell’Economia e delle finanze della garanzia dello stato su passività di nuova emissione, ovvero su finanziamenti erogati discrezionalmente dalla Banca d’Italia”.

L’intervento è stato giustificato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte come uno strumento teso a offrire le più ampie garanzie ai risparmiatori e che consenta all’amministrazione straordinaria “di perseguire in piena sicurezza il processo di consolidamento patrimoniale e di rilancio delle attività dell’impresa bancaria”. La scelta ha tuttavia scatenato immediatamente il dibattito politico, con particolare riferimento alle inevitabili analogie con i precedenti salvataggi di istituti bancari, i quali in fase di campagna elettorale vennero fortemente stigmatizzati dai membri di quel Movimento 5 Stelle che oggi se ne rende invece promotore.

Come potrebbe far notare qualcuno, appare evidente che l’esecutivo giallo-verde sia stato costretto a seguire quanto fatto in precedenza dai governi di Renzi e Gentiloni per tutelare il risparmio. Ed è inevitabile che il caso Carige diventi già nei prossimi giorni oggetto di scontro tra maggioranza e opposizione in vista delle elezioni europee di maggio.

Se le banche debbano essere salvate o meno dallo Stato è una decisione ardua, a cui non sempre è possibile dare una risposta immediata. Tuttavia risulta palese che i continui salvataggi odierni, così come quelli effettuati dal 2008 in avanti, non abbiano dato i frutti sperati; tutt’altro. Sono ormai dieci anni abbondanti che il grande capitale ondeggia nella burrasca delle crisi degli istituti di credito. E sono dieci anni abbondanti che la politica non riesce a trovare soluzioni adeguate, oltre quella delle ricapitalizzazioni, per risolvere il fenomeno.

E’ come se si volesse far finta di non vedere che la crisi degli istituti di credito e quella del debito pubblico non siano due questioni intimamente connesse. Più passa il tempo però, più istituti di credito in fase terminale si cerca di resuscitare e più questo abbraccio mortale rischia di stritolare l’intera economia italiana; una economia fiaccata da oltre un decennio di sanguinose rinunce e che continua a vedere vanificati i sacrifici di milioni di italiani. Sarà forse il caso di rifletterci.

Alessandro D'Orazio

Classe 1992. Una laurea in Giurisprudenza ed una in Operatore giuridico d’impresa. Nel mezzo l’azione: paracadutista, sommozzatore e pilota d’aerei. Classicista convinto, quanto Cattolico. Appassionato di viaggi, lettura e scrittura. Un’esistenza volta alla costante ricerca delle tre idee che reggono il mondo: il Bene, la Giustizia e la Bellezza. Senza mai perdere di vista la base di ogni cosa: l’Umanità. Se fosse nato sostantivo, sarebbe stato il greco aretè e cioè, la disposizione d’animo di una persona nell’assolvere bene il proprio compito. La frase che lo descrive: “Darsi una forma, creare in se stessi un ordine e una dirittura”. Il tutto allietato da un bel dipinto di Giovanni da Fiesole.