Lo stucchevole cartolinismo della sportività

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di Enrico Ariemma

E dunque Napoli, città accogliente ed inclusiva, si è infognata nel cartolinismo della sportività.

La mia home di Facebook, letteralmente impestata, testimonia che gente nobile d’animo, amante della competizione leale, devota al decoubertinismo più integralista, dinanzi alla mirabolante impresa di iersera, in nome di un tifo che non si accorgono essere finito in suppurazione, ha intonato ispiratissimi peana ai valorosi guerrieri, autori di una impresa mirabolante, il che li rende, evidentemente, orgogliosi e appagati, o semplicemente giusti, in nome di un moralmente irreprensibile “quando ce vo’ ce vo’”

Certo, hanno dimenticato, nel battito d’ali di un secondo, perché le superiori ragioni della bellezza del calcio spingono a passare in cavalleria ogni fetenzia, decenni di ladrate pacchiane perpetrate da una masnada di corruttori corrotti, e tanto valeva fare auguri e complimenti anche, vado a caso, per le centinaia di scudetti fregati a destra e a manca con un sequel progettato di rapine a mano armata e di furti con destrezza, a noi un anno fa e prima di noi a Roma, a Milano uno e Milano due, col doping, chiudendo arbitri nel cesso e, si dice, ma non ci sono le prove, comprandoli in Europa già almeno dai primi anni settanta, perché quelle pagine di David Peace che raccontano uno schifo del 1973 suonano attuali come il monito di un profeta, e d’altra parte “se cercate i ladri sono nell’altra stanza” l’ha detto un giorno del 1985 un uomo perbene.

Ma pure se si rimane a ieri uno pensa a tante piccole cose, mi faceva notare il mio amico, per esempio pensi che Ronaldo è Ronaldo, però lo vedi con quella maglia perché sorge il sospetto che se lo paghino con plusvalenze che non esistono, pensi che vedi le simulazioni ineffabili dei loro centrai e capisci che sono sfacciati per certezza di impunità, pensi che quel gol è gol di due centimetri ma per Muntari, e per cose meno importanti, per Bierhoff e zone limitrofe, mezzo metro non bastava, pensi Bernardeschi un anno fa aveva il braccio lontano dal corpo nel furto di Cagliari ma oggi può tenerlo solo incollato, da armadio a muro quale miracolosamente è diventato, mentre era così esile caruccio e sgusciante a Firenze, pensi che ci si sente al di là del bene e del male quando si ha l’arroganza di reintegrare Agricola, e a proposito di Agricola pensi che Viali sta poco bene e la cosa seria e triste è questa, pensi che tre o quattro veri tifosi juventini esistono davvero e hai pena di loro e di quello che devono sopportare.

Che poi questa frangia politically correct per amore di lealtà trascura il pallone in quanto tale, perché questo che vedete nell’immagine della home è un rigore solare, ma evidentemente, alla Rube come a casa di questi sacerdoti dello spirito sportivo, i bidoni della monnezza li ritirano ad anni alterni. E io dovrei fare i complimenti, per argomentare col fioretto della similitudine, a un ladro che mi ha sfilato il portafogli il giorno prima perché il giorno dopo una volta tanto non ruba. Ma jate a vendere ‘e nucelle, sentite a me.

Per favore, ditemi dove è che io sono sbagliato, perché io continuo ad avere ribrezzo di tutto questo come se non ci fosse un domani.

Enrico Ariemma

Enrico Ariemma Docente di Lingua e Letteratura latina presso l’Università di Salerno. Uomo di inverni miti e di estati di passione, malato di Napoli e di filologia, in quale ordine non saprebbe dire. Chirurgo di testi per vocazione antica e per impegno accademico, prova con francescana ostinazione a educare alla Bellezza, dinanzi ai cui inattesi impercettibili cristalli si stupisce e si commuove. Per questo detesta con pervicace ostinazione il brutto, il crasso, il banale, il volgare. Stanziale da quarant’anni al San Paolo, legge, scrive, insegna, cavalca una moto, inforca gli sci, va per mare, vagabonda per mostre, viaggia per le leghe del pensiero e per le strade del mondo. Ama.