“10 years challenge”: il nuovo fenomeno della rete. Ma siamo sicuri che sia solo un gioco?

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di Alessandro D’Orazio

È diventato ormai un tormentone. È il nuovo fenomeno che spopola in rete e su ogni social network. Stiamo parlando della celebre “10 years challenge”, la sfida che invita gli utenti a mettere a confronto le foto di 10 anni fa rispetto ad oggi. Su Facebook la sfida impazza e moltissime sono le persone che stanno postando all’interno dei propri profili milioni di fotografie, ma siamo proprio sicuri che non ci siano rischi nel partecipare a quello che sembrerebbe il più innocuo dei giochi? 

In un recente articolo del mensile Wired, così come in alcuni scritti comparsi su “Repubblica” e su “Il fatto quotidiano”, in realtà vengono aperti degli scenari abbastanza inquietanti: ciò che si ipotizza è che questo tipo di azioni serva ad addestrare un algoritmo a riconoscere il mutamento somatico delle persone con il progredire dell’età. 

Nello specifico a suscitare la riflessione sarebbe stato un tweet della scrittrice Kate O’Neill: il messaggio in questione, ampliato poi in un articolo su Wired Usa, ha generato una vasta eco nell’opinione pubblica di vari Paesi. Secondo alcuni, il tutto potrebbe sembrare un po’ esagerato, sebbene tale considerazione ponga uno specifico accento sulla profilazione degli utenti da parte dei social media; in un sistema dove non si è più certi della condivisione di immagini, già perfettamente etichettate e databili con assoluta precisione e che possa servire magari a semplificare il lavoro di un algoritmo in grado di calcolare come le persone cambino nel corso degli anni. 

Altri hanno fatto notare che questo tipo di tecnologia potrebbe essere utile per ritrovare bambini scomparsi o delinquenti ancora latitanti. Ma le opinioni positive sono assai limitate rispetto alla convinzione comune che tutto questo sia solo uno dei tanti meccanismi orditi da una società sempre più volta al controllo e alla sorveglianza collettiva, come un Grande Fratello mondiale insomma.

A dare man forte a questa ipotesi si ricordi il noto caso di Cambridge Analytica che, secondo un’inchiesta dell’Observer e del New York Times, grazie ad un’applicazione di Facebook (thisisyourdigitallife) scaricata da 270mila utenti del tutto ignari, è riuscita a raccogliere dati personali e a profilare 50 milioni di persone grazie a test, giochi e quiz apparentemente innocui. La lezione da imparare in tali circostanze è per questo quella di prestare sempre la massima attenzione nella diffusione di dati sensibili in rete, evitando se possibile di interessare soggetti terzi estranei, minori in primis. 

Alessandro D'Orazio

Classe 1992. Una laurea in Giurisprudenza ed una in Operatore giuridico d’impresa. Nel mezzo l’azione: paracadutista, sommozzatore e pilota d’aerei. Classicista convinto, quanto Cattolico. Appassionato di viaggi, lettura e scrittura. Un’esistenza volta alla costante ricerca delle tre idee che reggono il mondo: il Bene, la Giustizia e la Bellezza. Senza mai perdere di vista la base di ogni cosa: l’Umanità. Se fosse nato sostantivo, sarebbe stato il greco aretè e cioè, la disposizione d’animo di una persona nell’assolvere bene il proprio compito. La frase che lo descrive: “Darsi una forma, creare in se stessi un ordine e una dirittura”. Il tutto allietato da un bel dipinto di Giovanni da Fiesole.