Giustizia e propaganda

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di Gianluca Spera

Ci sono due vicende, quella di Bibbiano e la prescrizione infinita di Bonafede, che delineano alla perfezione l’uso spregiudicato che si fa della giustizia a fini propagandistici.

L’affaire Bibbiano era già politicamente inconsistente prima della pronuncia della Cassazione che ha smascherato i produttori seriali di menzogne; eppure la Lega ha costruito una narrazione martellante diffamando i suoi avversari politici in maniera consapevole. Cose per cui non ci sarebbe bisogno nemmeno dei tribunali, ma solo di centri di igiene mentale.

A proposito di squilibrati, il principe resta sempre Salvini che, come con il Mes, fa finta di non saper nulla di una legge approvata dal precedente governo; una legge che non è solo un tributo al populismo giudiziario ma soprattutto all’inquisizione contemporanea molto ben declinata dai vari Travaglio, Scanzi e compagnia cantante.

Costoro non sanno che, nella maggior parte dei casi, la prescrizione matura durante la fase delle indagini, spesso protratte oltre tempi ragionevoli e appesantite dalle ulteriori formalità burocratiche (adempimenti di cancelleria, notifiche, etc.).

Inchiodare i cittadini, anche quelli innocenti (anche se per loro chi è sotto processo è automaticamente colpevole), a un processo senza una ragionevole durata significa ingabbiare le loro vite ancor prima di averli condannati (sempre che vengano condannati). Nonché utilizzare il diritto come una clava.

Gianluca Spera

Gianluca Spera, classe 1978. Di professione avvocato da cui trae infinita ispirazione. Scrittore per vocazione e istinto di conservazione. I suoi racconti “Nella tana del topo” e “L’ultima notte dell’anno” sono stati premiati nell’ambito del concorso “Arianna Ziccardi”. Il racconto “Nel ventre del potere” è stato pubblicato all’interno dell’antologia noir “Rosso perfetto-nero perfetto” (edita da Ippiter Edizioni). Autore del romanzo "Delitto di una notte di mezza estate" (Ad est dell'equatore)" Napoletano per affinità, elezione e adozione. Crede che le parole siano l’ultimo baluardo a difesa della libertà e dei diritti. «L'italiano non è l'italiano: è il ragionare», insegnava Sciascia. E’ giunta l’ora di recuperare linguaggio e ingegno. Prima di cadere nel fondo del pozzo dove non c’è più la verità ma solo la definitiva sottomissione alla tirannia della frivolezza.