Nessun bambino è “ cosa nostra”

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  • di Padre Maurizio Patriciello 

Nessun bambino è “ cosa nostra” . Al contrario, sono gli adulti, a cominciare dai genitori, a doversi convincere di essere “cosa loro”. Nel senso di doversi mettere al loro servizio per educarli nel migliore dei modi e prepararli ad a affrontare la vita. Ha fatto giustamente scandalo la gigantografia di un bambino apparsa per le strade di Catania. Il piccolo era stato vestito alla stregua di un vecchio mafioso, con la coppola in testa e la didascalia “ Questa creatura meravigliosa … è cosa nostra”. Purtroppo non accade sempre, ma la capacità di inorridire, scandalizzarsi davanti a certe immagini e a certe affermazioni è un bene grande. Vuol dire che la società civile non si è chiusa in se stessa, ma è attenta a ciò che accade in giro. Esercita una sorta di vigilanza. E fa sentire la sua voce. Soprattutto quando si tratta dei bambini. Proprio domenica, nelle nostre chiese – e quindi, anche nella chiesa dove sarebbe dovuto avvenire il battesimo del piccolo innocente – veniva letto un brano del Vangelo di Marco che aveva come protagonisti proprio i bambini. Lo riporto: « Gesù preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome accoglie me. ». I bambini al centro. Al centro della vita, degli affetti, delle scelte politiche. Al centro delle nostre attenzioni, dell’ educazione. La verità, l’ amore per i bambini, la fedeltà al vangelo ci impongono di andare fino in fondo al ragionamento che stiamo tentando di fare. Abbiamo detto che nessun bambino può essere o diventare “cosa nostra”. Mai. Non lo è per il mafioso siciliano che avrebbe voluto indottrinarlo secondo le sue idee e fargli seguire le sue orme. E lo veste in un modo che fa rabbrividire la maggior parte degli italiani. Quella coppola è una icona. Quel berretto racconta una storia di soprusi, di angherie, di sangue. Ci impressiona questo padre che desideri che il figlio percorra una strada che porta solo sofferenza e morte. Ci chiediamo come sia possibile. Che cosa mai passi per la sua mente.

I figli vanno coccolati, tutelati, difesi. Non sempre gli adulti sono capaci di farlo. Non poche volte egoismi e fissazioni vengono confusi con l’ amore. Quando accade deve scendere in campo la società civile e farsi carico dei suoi bisogni. Nessun bambino deve soffrire per la incapacità, i capricci, i vizi, i peccati degli adulti. I bambini vanno educati cercando di tirar fuori il meglio di cui sono capaci. Mettendosi in ascolto delle loro capacità, della loro volontà, dei talenti ricevuti. Il figlio è una persona unica e irripetibile non il riflesso di un genitore. E allora il pensiero scivola verso altri tentativi di indottrinamento e di soprusi. Tentativi che vedono i bambini al centro di un’ attenzione dove non sono gli adulti a mettersi al loro servizio, ma il contrario. Nessun bambino è “cosa nostra”. Mai. Ripeterlo non può che fare un grande bene a tutti.

L’ assurdo tentativo di qualcuno di voler passare con la ruspe sul dato “di natura” per invocare solo quello “di cultura” per quanto concerne la sessualità, ci rende tristemente pensosi. La pretesa di certi adulti di affermare che per un bambino avere due genitori dello stesso sesso sia la stessa cosa che avere un padre e una madre cozza contro ogni logica. Logica che nei bambini è ben presente. Basti osservarli quando fanno la scoperta del loro corpicino e ne evidenziano le diversità. Nessun bambino è “cosa nostra”. Mai. A nessuno di noi piacerebbe scoprire di essere stato messo al mondo in un paese lontano, da una donna poverissima che per sopravvivere è stata costretta a svendere la sua femminilità, la sua dignità, il suo bambino. A chiunque verrebbe il desiderio di andare alla ricerca di quella donna che rimane sua madre. Ma i bambini non possono esprimere il loro parere. Non per questo possiamo disattenderlo. Al contrario occorre immaginarlo e prevederlo. Sulla pelle dei bambini nessuno è autorizzato a fare scelte di cui doversi un giorno pentire amaramente. Nessun bambino è “ cosa nostra”.

Articolo apparso su “Avvenire”, Martedi 22 Settembre 2015-

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