Non uno ma tanti Olocausti

Condividi su
Share

“La storia la scrivono i vincitori”: una frase ricorrente, banale, scontata ma – bisogna ammetterlo – densa di verità. So che qualcuno già sta storcendo il naso, so che qualcuno si potrà indignare immaginando il pensiero che voglio esprimere con questo incipit, so che qualcuno non riesce proprio a catalogare il popolo ebraico come vincitore della II Guerra Mondiale. Intanto, però, è un dato di fatto: dopo millenni di storia, ma, soprattutto, dopo la più abominevole persecuzione che il genere umano ricordi, abominevole per intenzionalità, gratuità, portata e scientificità, il popolo ebraico dal 1948 ebbe in dono la sua tanto agognata ‘terra promessa’, conseguendo, quindi – al costo di 6 milioni di vittime – la sua vittoria.
Nel 1947, l’Assemblea delle Nazioni Unite (che allora contava 52 Paesi membri) approvò la Risoluzione dell’Assemblea Generale n. 181, con 33 voti a favore, 13 contro e 10 astenuti, che prevedeva la creazione di uno Stato ebraico (sul 56,4% del territorio e con una popolazione di 500 000 ebrei e 400 000 arabi) e di uno Stato arabo (sul 42,8% del territorio e con una popolazione di 800 000 arabi e 10 000 ebrei). La città di Gerusalemme e i suoi dintorni (il rimanente 0,8% del territorio), con i luoghi santi alle tre religioni monoteiste, sarebbe dovuta diventare una zona separata sotto l’amministrazione dell’ONU. Poi la storia ha continuato a fare il suo corso, le cose sono andate diversamente e la questione israelo-palestinese ha continuato a mietere vittime (per la maggior parte innocenti) senza soluzione di continuità, con lo stato d’Israele che ha continuato ad allargare sempre più i suoi confini a discapito di popolazioni che stanziavano lì da secoli.
Cosa voglio dire con questo? Perché proprio oggi? Vabbè la risposta è scontata. Ormai anche le pietre sanno che oggi 27 gennaio si celebra il ‘Giorno della Memoria’, ricorrenza internazionale celebrata ogni anno in commemorazione delle vittime dell’Olocausto ebraico, designata il 1º novembre 2005 dalla risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. L’Italia la formalizzò ufficialmente – facendola ricadere nel medesimo giorno – alcuni anni prima della corrispondente risoluzione delle Nazioni Unite. Gli articoli 1 e 2 della legge n. 211 del 20 luglio 2000 (Governo Amato) definiscono così le finalità e le celebrazioni del ‘Giorno della Memoria’:
La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere.

NG08La domanda che mi sorge è questa: perché si è dovuto aspettare mezzo secolo prima di istituire questa commemorazione? Adesso tutti a parlarne, sui giornali, sulle riviste, in tv, sul web, ma prima del 2000 questi tragici fatti erano (sic!) molto meno dibattuti di oggi. Il mio sospetto è che la commemorazione della Shoah sia utilizzata non tanto come monito alle future generazioni – se così fosse s’istituirebbe una giornata dedicata a tutti gli olocausti, anche recenti – quanto come strumento politico e ideologico a sostegno d’Israele, come attenuante e scudo per la sua politica repressiva condotta in Palestina. Verso la fine degli anni Novanta, la nuova strategia di Hamas di ricorrere ad attentati suicidi contro i civili ebrei ha ulteriormente acuito la tensione, facendo irrigidire le posizioni degli Israeliani e questo sentimento ha trovato una facile sponda nell’amministrazione statunitense, tradizionalmente predisposta a condividere le tesi israeliane.
Il ‘Giorno della Memoria’ offre a tutti lo spunto per riflettere sul valore che diamo alle persone e alla vita e dovrebbe indurci a riconsiderare il nostro modo di vedere gli altri e di relazionarci con loro, ma non trovo affatto giusto che questa riflessione debba ricadere esclusivamente sulle vicende vissute dal popolo ebraico. Questo articolo non ha nessuna pretesa particolare se non quella di sottolineare come, oltre quello a danno del popolo ebraico, il genere umano abbia purtroppo perpetrato tantissimi altri stermini, o, più tecnicamente, genocidi, e da storico mi sento in dovere – a costo di tediarvi ulteriormente – di elencarveli:

– il genocidio del popolo armeno, un milione e mezzo di uomini, donne, vecchi e bambini scientemente eliminati dal governo turco nel 1915;

– i dieci milioni di pellerossa massacrati dagli americani nel corso del XIX secolo, cui si aggiungono le vittime indigene della colonizzazione del Sud America e del Canada per un totale di circa 100 milioni di morti;

– i quattordici milioni di africani prelevati dalle loro terre e resi schiavi dagli americani per essere utilizzati come animali da lavoro. A questi si aggiungono le vittime dell’Apartheid in Sud Africa;

– i sette milioni di morti in Ucraina all’inizio degli anni Trenta a seguito delle carestie provocate intenzionalmente dal regime stalinista in quello che era considerato il granaio d’Europa;

– i quattro milioni di civili vittime dei bombardamenti terroristici alleati in Italia e Germania;

– i tre milioni di civili massacrati per vendetta dall’Armata Rossa in Prussia, Slesia e Pomerania sul finire del secondo conflitto mondiale;

– le vittime dei bombardamenti nucleari di Hiroshima e Nagasaki, inferti dagli Americani al solo scopo di testare i nuovi ordigni, quando il Giappone aveva già avviato le trattative per la resa;

– i tre milioni di vittime civili dell’Armata Rossa nell’occupazione sovietica dell’Afghanistan cui si aggiungono i morti dell’attuale occupazione americana;

– i due milioni di cambogiani (su sei di abitanti) morti nel loro Paese trasformato dai Khmer Rossi in un immenso campo di concentramento;

– le vittime decedute per fame e torture nei gulag comunisti di tutto il mondo (compresa la Cina con la quale l’Italia e l’Occidente intrattengono ottimi rapporti d’affari), stima oscillante fra i 200 e i 300 milioni di persone;

– i desaparecidos, vittime della repressione anticomunista dei regimi filoamericani in Argentina e Cile e le migliaia di scomparsi per mano dei regimi golpisti in Grecia e Turchia negli anni ‘70;

– i massacri in Ruanda, Etiopia, Congo e nel resto dell’Africa centrale per motivi tribali. In quei Paesi, una volta autosufficienti, manca il cibo, ma non le armi fornite a piene mani dagli occidentali che condizionano e sostengono i peggiori regimi dittatoriali per controllare i ricchi giacimenti minerali;

– le vittime della persecuzione anticristiana nel Darfo e nei paesi islamici. In Sudan i cristiani uccisi dalle bande schiaviste ammontano a oltre due milioni.

L’elenco purtroppo sarebbe ancora lunghissimo. Ho cercato di citare i più importanti e al netto della colorazione politica ma so che qualcuno sta continuando a storcere il naso in disappunto con la mia disamina, ma a questo punto alzo le mani. La storia – a differenza della matematica, e più di tante altre materie – è un’opinione, ed è proprio per questo che la amo tanto, perché non si finirebbe mai di discuterne. Ciò che amo di meno è la storia descritta in modo superficiale e per fini strettamente politici e – secondo il mio punto di vista – il ‘Giorno della Memoria’ pecca moltissimo da questo punto di vista.

Pietro Simonetti

Nato a Napoli nell’agosto dell’Ottantatré, cresciuto attorno al rione San Paolo di Casoria a pane, pallone e musica rock. Dopo la maturità scientifica conseguita col minimo dei voti cambia decisamente rotta laureandosi in Storia con centodieci. Oltre al Napoli, ama tutto ciò che riguarda libri e dischi. Da sette anni padrone di un meticcio di nome Polly che lo ha avvicinato tantissimo al mondo dei cani e degli animali in genere. Vive sognando, in particolare girare il mondo in camper con la sua Anna, e parlare, un giorno, di fuorigioco e tattica con suo figlio allo stadio, oltre, ovviamente, a crescere sempre di più nel campo del giornalismo…ma non solo.