UN PAESE DI IDIOTI

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Non c’era bisogno della partita dell’Olimpico, semifinale di Coppa Italia, per averne la conferma: in Italia c’è una dilagante inflazione di stupidi dalle cui menti contorte, inevitabilmente, scaturiscono un irrefrenabile flusso di pensieri strampalati, un fiume inarrestabile di odio ideologico, un curioso assemblaggio di ignoranza al quadrato e stupidaggine al cubo. Gli stolti, ormai, imperversano da nord a sud e sfogano tutta la loro mediocrità in quei covi di idiozia diversamente assortita che sono le curve degli stadi, luoghi in cui è garantita impunità e libertà di insulto. “Vesuvio, lavali col fuoco” è un concetto sgrammaticato, uno sciocco anacoluto ripetuto come un mantra da “minus habens” che poco sanno della vita, della storia, dell’arte e della geografia del Paese che pure abitano e insozzano con la loro brutalità verbale.

Il fatto che, questa volta, l’audio della curva laziale sia stato amplificato dalla diretta sulla televisione di Stato poco aggiunge all’indecenza della situazione che si ripete settimanalmente nell’indifferenza generale, anche laddove non gioca il Napoli, pure in partite europee che non riguardano la squadra azzurra. C’era da attenderselo che, perdonismi e depenalizzazioni varie, avrebbero permesso che la colonna sonora di questa surreale stagione calcistica fosse condita dai soliti ritornelli anacronistici e petulanti, insulsi quanto – a conti fatti – innocui. “Colerosi, terremotati, che col sapone non vi siete mai lavati”, detto da chi poi? Dai discendenti di coloro che scambiarono il bidet per un oggetto sconosciuto a forma di chitarra?
In pratica, ci troviamo di fronte a una deriva barbarica che è patologica, come un virus che infetta le mente e ottenebra la riflessione, anche a causa della pavida complicità di chi dovrebbe vedere e sentire ma fa finta di nulla. Perché sia chiaro: in questa faccenda, chi ne esce a pezzi sono le Istituzioni del Calcio, i Signori del Pallone. La responsabilità è tutta loro. Di chi ha prima minimizzato, poi tollerato l’intollerabile e di chi, infine, è scomparso sommerso dal peso della propria vergogna e della propria inadeguatezza. Quando un gentiluomo come Rafa Benitez, di cui si potranno discutere le scelte tecnico/tattiche ma mai mettere in dubbio il profilo intellettuale dell’uomo, dice che il rispetto si insegna solo con l’osservanza delle regole, imponendo la chiusura degli stadi non dei settori, i più lo guardano con sospetto, non avendo appieno compreso la portata dirompente del messaggio. Quando il tecnico spagnolo indica la luna in conferenza stampa, il resto d’Italia fissa il suo indice non avendo le capacità e la mentalità per sintonizzarsi sulla sua stessa lunghezza.
Ed è da questi segnali, dall’ostilità di televisioni e giornali che giocano le partite con altri sistemi, scatenando una “guerra sporca” per favorire le società di riferimento, anche attraverso la propaganda e la disinformazione, nella conquista di quell’agognato posto in Champions che assicura la prosperità sportiva e i bilanci in attivo, che si percepisce in che razza di Paese viviamo e a quali angherie siamo costretti a piegarci. La Capria sosteneva che non era Napoli il problema dell’Italia bensì il contrario. E non aveva tutti i torti. La fauna selvatica da stadio urla fino alla noia: noi non siamo napoletani. E meno male. Non è un privilegio per tutti.

Gianluca Spera

Gianluca Spera, classe 1978. Di professione avvocato da cui trae infinita ispirazione. Scrittore per vocazione e istinto di conservazione. I suoi racconti “Nella tana del topo” e “L’ultima notte dell’anno” sono stati premiati nell’ambito del concorso “Arianna Ziccardi”. Il racconto “Nel ventre del potere” è stato pubblicato all’interno dell’antologia noir “Rosso perfetto-nero perfetto” (edita da Ippiter Edizioni). Autore del romanzo "Delitto di una notte di mezza estate" (Ad est dell'equatore)" Napoletano per affinità, elezione e adozione. Crede che le parole siano l’ultimo baluardo a difesa della libertà e dei diritti. «L'italiano non è l'italiano: è il ragionare», insegnava Sciascia. E’ giunta l’ora di recuperare linguaggio e ingegno. Prima di cadere nel fondo del pozzo dove non c’è più la verità ma solo la definitiva sottomissione alla tirannia della frivolezza.