Una frase infelice

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Se un Premier definisce “accozzaglia” i suoi concittadini, che la pensano diversamente da lui, diviene un po’ difficile governare un Paese, grande e complesso come il nostro. 
Forse, chi governa non dovrebbe moderare i toni in vista di occasioni importanti, come quella del prossimo 4 dicembre? 
Ne trarrebbero vantaggio la serenità e la concordia sociale: obiettivi non da poco. 
Ci piace iniziare la nostra riflessione con simili interrogativi, visto che l’espressione “accozzaglia”, usata da Renzi per definire i suoi avversari politici e, quindi, indirettamente chi si identifica nelle loro posizioni, non può che suonare offensiva nei riguardi di quanti ne sono i destinatari. 
Il Presidente del Consiglio, dopo aver compreso la gaffe compiuta, ha provveduto tempestivamente a chiedere scusa agli Italiani, ma si sa bene che, in simili casi, il danno è ormai fatto e che, dunque, diviene difficile fingere che nulla sia accaduto. 
In politica, la prima regola dovrebbe essere il rispetto degli avversari: si mettono su tante campagne per insegnare il fair play ai calciatori e, certamente, non si può tollerare che questa virtù venga a mancare, quando in gioco non è una partita di calcio, ma il destino delle istituzioni. 
Peraltro, così facendo, il Premier ha invertito l’ordine naturale delle contumelie: ad offendere, generalmente, sono quanti si trovano in minoranza, non quelli che si trovano ad occupare, comunque, una posizione di privilegio e di forza, come nel caso del Capo del Governo nei riguardi dei suoi oppositori, interni ed esterni al PD. 
Inoltre, non si può non evidenziare come l’atteggiamento renziano, in verità, non paghi neanche sul piano, meramente, elettorale: chi governa, ha l’obbligo di dimostrarsi, sempre, forte nei confronti dei suoi detrattori e l’offesa è un sintomo di debolezza, non di virtù. 
Ancora, non si può non rimarcare come il nostro Paese abbia, oggi, un bisogno di concordia sociale ancora più forte che in passato, perché, a partire dal 5 dicembre, chiunque vinca, bisogna fare in modo tale che tutti ci si riconosca in simboli ed in valori culturali accomunanti, mentre le parole di Renzi segnano un solco ulteriore fra chi la pensa in un modo e chi la pensa, in modo legittimo, in modo molto diverso. 
Quindi, l’errore del Premier si amplifica: la divisione gioca contro il Sì e, soprattutto, contro le più elementari condizioni di governabilità di un Paese, che è attraversato da una crisi sociale ed economica molto forte e che, dunque, non ha bisogno di muri, ma di inclusione e di reciproca comprensione. 
Ma, si può consentire che una nazione, come la nostra, storicamente divisa in guelfi e ghibellini, possa essere attraversata da una divisione forzata, che viene indotta da una operazione scellerata di marketing elettorale? 
Forse, Renzi dovrebbe riflettere sugli errori, finora, compiuti e dovrebbe, in particolare, recedere dal commetterne altri? 
Noi votiamo NO, ma, a prescindere dall’opzione prescelta, vorremmo continuare a sentire un’armonia fra gli Italiani all’indomani del voto e, per questo obiettivo, preferiamo lavorare, mettendo da parte atteggiamenti faziosi, che fanno male agli Italiani di oggi ed a quelli di domani. 

Rosario Pesce

Dirigente scolastico, dapprima nella secondaria di primo grado e, successivamente, nella secondaria di II grado. Gli piace scrivere di scuola, servizi, cultura, attualità, politica. I suoi articoli sono stati già pubblicati da riviste specialistiche, cartacee ed on-line, e da testate, quali: Tecnica della scuola, Tuttoscuola, Edscuola, Ftnews, Contattolab.