Visita alla Risiera di San Sabba. Quando Trieste ha conosciuto lo sterminio sistematico degli ebrei

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Visita alla Risiera di San Sabba. Quando Trieste ha conosciuto lo sterminio sistematico degli ebrei

Josef Oberhauser ha ripreso a vendere birra.

Nessuno avrebbe immaginato quello che sarebbe successo quasi mezzo secolo dopo quando a Trieste, nel 1898, iniziarono i lavori di costruzione della Risiera che nel rione periferico di San Sabba avrebbe prima ospitato la pilatura del riso e, successivamente, il campo di prigionia per i militari italiani catturati dai tedeschi dopo l’armistizio annunciato l’8 settembre 1943. Mannschaftsstamm-und Straflager, meglio conosciuto come Stalag, l’istituzione carceraria successiva a quell’atto che ruppe l’alleanza con la Germania. Lì, nei pressi del rione Servola, dove si fa bene il pane, e il rione Valmaura, oggi la risiera di San Sabba tace dentro una periferia di una città che ha gli occhi rivolti un po’ al mare e un po’ dentro di sé.

Prima della promulgazione delle leggi razziali, approvate nel 1938, gli ebrei triestini sono circa 5000. Subito dopo la proclamazione di quelle leggi, con il consolidamento dei cosiddetti “Centri per lo studio del problema ebraico”, molti ebrei triestini lasciano la loro città. Nonostante tutto, i nazisti riescono a internare nella risiera circa 700 ebrei di Trieste. Soltanto una ventina farà ritorno a casa alla fine della guerra.

La supervisione della risiera viene affidata a Odilo Lotario Globočnik, triestino di nascita e, prima, già organizzatore dei massacri che in Polonia vedono morire due milioni e mezzo di ebrei. A Trieste, con Globočnik, giungono degli specialisti della morte che già si sono distinti a Bełżec, Sobibor e Treblinka. I reparti addetti all’organizzazione della morte dei prigionieri sono al comando del RSHA, l’ufficio centrale della polizia di sicurezza del Reich (Reichssicherheits-Hauptamt), a sua volta dipendente dal Ministero degli Interni alla cui testa è posto il Reichsführer SS e ministro Heinrich Himmler. Una parte consistente degli ideatori ed esecutori della Shoah hanno messo piede a Trieste per lasciare un segno che non andrà più via.

Il primo comandante dell’Einsatzkommando a Trieste è Christian Wirth. Wirth, però, viene ucciso in un’imboscata partigiana a Erpelle, il 26 maggio 1944. Gli succede August Dietrich Allers. Il braccio destro di Allers e comandante della Risiera sarà Josef Oberhauser, un birraio di Monaco di Baviera. A capo della Risiera di San Sabba, divenuta quello che sarebbe passato alla storia come l’unico campo di sterminio in Italia.

Quando si entra nella risiera, dopo aver attraversato un lungo e angusto corridoio scoperto, il vecchio tunnel, delimitato da mura altissime, superato l’arco che apre le porte all’ex prigione nazista, al mattino il sole vi riflette dividendo il grande cortile in due parti. Una grande zona d’ombra, ai piedi dell’edificio dove si trovano le celle, e una esposta dove, prima che i tedeschi, grazie all’uso di esplosivi, distruggessero tutto nel 1945 poco prima della loro fuga, si trovava l’impianto della morte in cui avvenivano le esecuzioni e le cremazioni dei prigionieri.

Nel 1965, la Risiera di San Sabba viene dichiarata Monumento Nazionale con decreto del Presidente della Repubblica. I lavori di ristrutturazione vengono affidati all’architetto Romano Boico che nei lavori di recupero dispone anche la realizzazione di un’installazione dal valore artistico e monumentale. Non essendo più disponibile gran parte dell’impianto di cremazione, Boico decide di restituirlo a mo’ di testimonianza perpetua attraverso il ridisegno allegorico del percorso che iniziava dai forni e, passando per il canale del fumo, terminava alla base del camino.

“La Risiera semidistrutta dai nazisti in fuga era squallida come l’intorno periferico: pensai allora che questo squallore totale potesse assurgere a simbolo e monumentalizzarsi. Mi sono proposto di togliere e restituire, più che di aggiungere. Eliminati gli edifici in rovina ho perimetrato il contesto con mura cementizie alte undici metri, articolate in modo da configurare un ingresso inquietante nello stesso luogo dell’ingresso esistente. Il cortile cintato si identifica, nell’intenzione, quale una basilica laica a cielo libero. L’edificio dei prigionieri è completamente svuotato e le strutture lignee portanti scarnite di quel tanto che è parso necessario. Inalterate le diciassette celle e quelle della morte. Nell’edificio centrale, al livello del cortile, il Museo della Resistenza, stringato ma vivo. Sopra il Museo, i vani per l’Associazione deportati. Nel cortile un terribile percorso in acciaio, leggermente incassato: l’impronta del forno, del canale del fumo e della base del camino”.

Nella corte interna, Boico decide di lasciare a terra le impronte dell’edificio del forno, la cui impronta ancora oggi segna la sua presenza-assenza sulla parete della costruzione (dove oggi risiede l’esposizione del museo civico della risiera), e quella del camino unite da un lungo solco caratterizzato da un leggero dislivello e da un rivestimento in metallo, così “che scotti i piedi d’estate, e d’inverno li raggeli”. Laddove in origine si elevava la struttura del camino adesso è situata la scultura dal titolo Pietà P.N. 30, rappresentata da tre profilati metallici sfalsati in altezza. Il tracciato che ridisegna il percorso che durante la persecuzione rappresentava il circuito mortale su cui avvenivano quelle tremende eliminazioni si presenta come una statica del ricordo. Un freddo e inquietante grafico tangibile restituisce la descrizione di quei momenti dentro l’essenzialità di quel vuoto apparente racchiuso tra le alte pareti della corte. La rappresentazione del monito e della testimonianza attraverso i registri dell’assenza. Che vi respiri il silenzio, l’unica lingua universalmente riconosciuta dall’umanità dopo quanto accaduto in quegli anni.

Come riportato e pubblicato dalla rivista Engramma, “Bruno Zevi si accorgerà subito della portata dell’opera, quando scriverà sull’Espresso” che ‘Boico rifiuta sia l’epica consapevole e moralistica, sia la rappresentazione aggressiva della tragedia e dello sgomento […]. Il riassetto era indispensabile non per conferire alla Risiera un vettore estetico, ma, all’inverso, per impedire che acquistasse la capacità di emettere messaggi pop – irruenti ed oratori’”

Visitare il fabbricato, diviso in tre parti (Cella della morte, Celle e Sala delle Croci), adiacente al tunnel vuol dire fare ingresso a quel luogo dove è stata perpetrato lo sterminio. Il gelo di quello spietato e assurdo intendimento della violazione e della distruzione umana imporrebbe il suo sgomento anche se non si conoscesse la storia di quel luogo. Se, per assurdo, si capitasse lì dentro senza sapere a cosa quel posto è stato a suo tempo adibito, sarebbe probabile essere pervasi da una sensazione di morte e di buia inquietudine. Nessuno, tranne chi è stato lì, può immaginare cosa si provasse a capitare lì dentro quando tutto procedeva nella sua brutale funzione, all’azione dei maltrattamenti e al suono di una musica che in una sadica filodiffusione doveva ricoprire i gemiti e i lamenti.

Nella Sala delle Croci, in delle bacheche incastonate alle pareti, sono esposti alcuni oggetti personali razziati agli ebrei triestini dai nazisti nel 1945, destinati ad essere portati in Carinzia durante la fuga. Ritrovati dagli alleati all’interno di vecchie bisacce di juta, questi oggetti furono spediti a Roma, dove rimasero dimenticati per decenni in un sotterraneo del Ministero del Tesoro. Nel 2000 sono stati restituiti alla Comunità Ebraica di Trieste, che scelse di esporne una parte nel proprio Museo, intitolato a Carlo e Vera Wagner, e di donarne una piccola ma significativa selezione al Civico Museo della Risiera di San Sabba e al Museo Yad Vashem di Gerusalemme a ritrovare contemporanea luce.

Il museo civico, invece, contiene documenti donati dalla sezione locale dell’Associazione Nazionale ex Deportati Politici nei Campi Nazisti (ANED) e di alcuni suoi membri triestini (Riccardo Goruppi, Jolanda Marchesich, Antonio Marega tramite i suoi eredi, Rosalia Poropat, Ferdinando Zidar) deportati ad Auschwitz, Buchenwald, Dachau, Mauthausen, Ravensbrück. Il museo testimonia un’ulteriore funzione della risiera, adibita, oltre che a luogo di eliminazione, anche a centro di smistamento per altri campi di detenzione. Dei 123 convogli che partirono dall’Italia verso i campi di sterminio nazisti ben 69 partirono da Trieste, cui si devono aggiungere i 30 destinati ai campi di lavoro.

Lasciapassare, documenti di riconoscimento, fotografie, ciclostilati realizzati dopo la liberazione, disegni, piante dei campi e di luoghi di sepoltura compongono una grande raccolta a testimonianza di quella orribile esperienza. Nel museo civico della risiera sono esposte anche alcune opere di Anton Zoran Music, donate dall’artista nel 1997. Tuttavia, una struggente testimonianza è quella rappresentata dal lungo rotolo di carta su cui una deportata a Ravensbrück aveva segnato i nomi e gli indirizzi delle compagne, riuscendo a conservarlo e a riportarlo in patria perché tenuto nascosto per mesi sotto la divisa. Quel rotolo è oggi esposto al museo della risiera a perenne e indispensabile memoria. Nella sala delle commemorazioni, invece, situata alle spalle dell’ex crematorio, sono esposti documenti fotografici e pannelli esplicativi. In un angolo dell’edificio è posizionato un monumento rappresentato da una scultura in metallo.

Nel 1976, a Trieste, si conclude il processo ai responsabili dei crimini commessi durante l’occupazione nazista nella risiera. La celebrazione del processo, inevitabilmente, viste le connessioni tra i vari gradi dei comandi nazisti, riconduce alle figure chiave di quel sistema di morte. Fino a Franz Stangl, il ”Boia di Treblinka”, responsabile della morte di circa 900.000 persone. Al processo, però, il banco degli imputati è vuoto. Alcuni nazisti sono stati uccisi dai partigiani, altri sono deceduti per cause naturali. Josef Oberhauser, comandante della risiera, e August Dietrich Allers, suo diretto superiore, non sono presenti al processo. La giustizia italiana non può chiederne l’estradizione perché gli accordi italo-tedeschi che regolano questo istituto si limitano ai crimini successivi al 1948. Allers muore in Germania, nel marzo del 1975. Josef Oberhauser riprende a vendere birra a Monaco di Baviera. Morirà all’età di 65 anni, il 22 novembre 1979.

Una lapide all’interno della risiera riporta un componimento della poetessa Ketty Daneo, dedicati al fratello recluso a San Sabba. Gli ultimi versi dicono:

 

“Dal cumulo il respiro umano

 

Del vento rimena quella cenere

 

Oltre i cancelli rugginosi.

 

Investe in labile ravvivo

 

Le pupille immote delle madri”

 

Il Domenicale News

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