I vecchi col cappello in mano ( e il futuro che verrà lo stesso)

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di Giuseppe Pesce
“Il grande vecchio”, si diceva una volta. Adesso, invece, questi politici (tra i quali anche tanti giovani-vecchi), in giro a fare voti per tornare in Parlamento, mi sembrano solo dei vecchi col cappello in mano. Potranno pure atteggiarsi a “salvatori della patria”, tirati per la giacchetta dalle claquedi (piccoli e grandi) speculatori, appellandosi alla Storia di un secolo che è passato, e proponendosi come argine alle incertezze del futuro. Ma a me non sembrano altro che vecchi col cappello in mano, in cerca dell’obolo di un voto. E io li rispetto anche, perché mi fanno pietà.
Con affetto, intendiamoci, esattamente come dei poveri vecchi. Rispetto la loro dignità di uomini, ma sarebbe un errore pensare che possano ancora dare qualcosa al nostro Paese; e soprattutto che possano pretendere qualcosa da noi. D’altronde, se sono poveri, è perché si sono spesi tutto: tutto quello che gli abbiamo dato, ovvero le nostre speranze (che forse per loro erano solo numeri, ma per noi erano tutto). E allora non possono chiederci più nulla, perché sono loro ad essere in debito con noi.
Questa “battaglia” elettorale – andrà come andrà – fa parte di una grande guerra, che hanno già perduto. Perché è la Storia che va avanti. Perché un’epoca è finita, grazie a un processo innescato dal Movimento Cinquestelle.I vecchi partiti (o meglio, i vecchi politici) sono solo il passato che non vuole passare, e saranno certamente fantasmi che ci tormenteranno a lungo. Per restare in sella, negli ultimi tempi hanno tentato di tutto: dagli intrallazzi finanziari coi loro amici bancarottieri, a quella specie di squallido “Piano di Corruzione Nazionale”: gli 80 euro a chi ha già uno stipendio (ma che importa? sono le fasce borghesi del loro elettorato); o il bonus agli insegnanti (che i commercianti trasformano abilmente in regali di Natale o piccoli elettrodomestici), e i nuovi concorsi nella scuola (che importa, poi, cosa si va ad insegnare? Se il sistema scolastico ed educativo è a dir poco inadeguato).
La scorrettezza più imperdonabile è stata forse proprio l’aver costruito questa immorale rete di piccole e grandi connivenze, innescando una dolorosa conflittualità sociale. Poiché sull’altro piatto della bilancia c’è una spaventosa esclusione, che non è banale povertà, ma significativa rinuncia dei diritti e della dignità: dei lavoratori, dei pensionati, delle nuove generazioni. Un’esclusione che non si realizza solo materialmente, ma anche psicologicamente, attraverso lo spettro della precarietà. La paura del futuro.
Io non sono un politologo, ma conosco molto bene quella paura. Ci sono passato e l’ho superata. E non perché mi sono “sistemato”, come si dice. Al contrario, sono rimasto precario: a volte soddisfatto, altre meno, stanco di correre, ma almeno libero di fermarmi quando voglio. Ma ho capito anche una cosa importante: e cioè che sono gli altri, ad aver paura; paura di perdere certi piccoli o grandi privilegi, a cui non vogliono rinunciare; e che, vigliaccamente, cercano di trasferire questa paura a tutti.
Ma no, mi sono detto. Anche tra tante difficoltà, non si può aver paura del futuro. Non può aver paura, la mia generazione, perché niente può essere peggio delle mortificazioni in cui siamo a lungo vissuti, e soprattutto nel Mezzogiorno. Ci hanno fatto fare vecchi chiamandoci “giovani”, senza mai darci una vera opportunità. E adesso sono di nuovo qui, come tanti vecchi col cappello in mano. Non gli credete: anche se non gli darete niente, il futuro verrà lo stesso. E la politica, sì, c’entra; ma fino a un certo punto. Perché anche negli editoriali di Antonio Polito – su Quelli che fanno vedere le Stelle agli elettori del Meridione – troverete buon senso e preoccupazioni legittime.
Ma la verità, per quanto banale come una frase da Baci Perugina, è che il futuro sarà migliore solo se cominciamo ad essere migliori noi (ovvero responsabili e coerenti, in tutti i sensi).
Andate a votare, allora; e votate in coscienza. Senza paura. Senza le piccole meschinità che ci avvelenano. Senza i fantasmi di un secolo che è passato. Senza illusioni. Perché non è vero che, all’improvviso, cambierà tutto. Anzi, siamo in una “età di mezzo”, in cui si commetteranno anche degli errori. Ma la speranza più grande è che le generazioni che verranno dopo di noi potranno ricordarci, domani, con affetto. E raccontare una bella storia.
Il Domenicale News

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