E mo’ zitti.

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Sveglia alle 6,30 (questo schifo di orologio biologico non lo sa, che oggi è domenica).

Mi siedo con il mio caffè-caffellatte quotidiano, che fa tanto Natale in casa Cupiello, e accendo la tv.

Titoli dei tg, e ospiti dei talk parlano solo della tragedia di Ancona. Ho nelle orecchie, in loop, la voce di mia figlia, 20 anni, che ieri sera mi fa “Ma tu ci pensi, che tutte le serate a cui partecipo, sono così?”.

A Carinaro, qui vicino, per l’ultimo concerto di Luché in un locale è successa la stessa cosa: overbooking e biglietti falsi, serata conclusasi con un accoltellamento fuori al locale fra i guappetti che non erano potuti entrare.

È un ragazzino di 16 anni, pare, il responsabile. Ha spruzzato uno spray al peperoncino, uno di quelli che a noi donne dicono di tenere in borsa per difenderci da eventuali aggressioni.

Scrivo, e mentre scrivo mi chiedo cosa dire. Vorrei saperla dire, una cosa che fosse non dico risolutiva ma almeno su cui riflettere. Perché i “si poteva evitare”, a posteriori, hanno un po’ rotto il cazzo. Perché le responsabilità, laddove fossero accertate, non cambieranno un’emerita cippa. Perché gli organizzatori, che siano di Napoli, di Roma, di Ancona o di Milano, continueranno a vendere il quadruplo dei biglietti consentiti, altrimenti non guadagnano abbastanza. E a pagare in nero i cachet degli artisti, aggiungendo la beffa al danno.

E perché ‘ste cose le sappiamo tutti, e chi non le sa è perché preferisce non saperle.

Cinque famiglie in cui, da quest’anno in poi, ogni 8 dicembre sarà maledetto, perché resta un posto vuoto a tavola che niente di ciò che può essere detto o scritto riempirà mai. Milioni di altre case in cui non si dormirà ogni volta che un figlio esce per andare a un concerto, almeno fino a quando non lo senti rientrare alle 5 del mattino. Dopo Genova, mi è venuta la fobia dei ponti da attraversare in macchina, adesso la psicosi dei venerdì sera.

Io faccio parte della generazione di mezzo, ancora un po’ figlia (anche solo nel rimpianto) e impreparata davanti a questi giovani convinti che se una cosa “si porta”, se fanno tutti così, sia la cosa giusta. Ho avuto, a sostegno, l’educazione fatta di esempio, e forse il gap è proprio lì: è l’esempio che non abbiamo saputo trasmettere. Il voler, a tutti i costi, distruggere le basi che invece ci avrebbero sostenuto, consentendo, abbozzando, sopportando per amore di un quieto vivere che altro non è se non paura di affrontare le inevitabili conseguenze di un no. Io potevo piangere, urlare, sbraitare… i miei non si smuovevano di un passo. A noi basta solo la velata minaccia, e ci caghiamo sotto.

E caliamo le braghe.

E  così stamattina mi ritrovo a ringraziare i miei genitori, che se adesso sto qui con lo stomaco annodato a scrivere ovvietà, è per tutte le lacrime e le proteste inutili contro Il coprifuoco alle 22,30 (quando andava bene), che “questa è casa mia e fino a quando stai qua fai quello che dico io, oppure quella è la porta. Quando sarai genitore tu farai come ti pare”.

Ecco, lo abbiamo fatto, come ci pareva.

E mó zitti.

Mariateresa Belardo

Al Domenicale con entusiasmo da più di un anno, dopo il banco di prova con Paralleloquarantuno. Giornalista per passione, scrive di tutto quello che la entusiasma, predilegendo i temi dell’ambiente e della cultura. Classe ’71,buddista, due figli, nel tempo libero cucina e gioca a burraco. Se dovesse descriversi con una sola parola, sceglierebbe “entusiasmo”, anche se si definisce un’anima in pena. Scrivere le è indispensabile: si firma #lapennallarrabbiata, e questo è il suo modo per denunciare ingiustizie e dare voce ai sentimenti che vive, come tutto quello che la riguarda, con un coinvolgimento totale.