GENTE, MAGNIFICA GENTE: LA STORIA DI BRUNO

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Bruno ha gli occhi limpidi, e la faccia pulita. Nonostante la sua fedina penale non sia immacolata come quella di tanti ragazzi della sua età, che hanno avuto la fortuna di crescere “da un’altra parte”.

Ci sono trasparenze  che vanno aldilà dei carichi pendenti e del casellario giudiziale,  e sono direttamente proporzionali  a  ciò che leggi negli occhi,  o puoi cogliere da una sfumatura della voce che si incrina, da un gesto spontaneo e cortese, da una risata cristallina che ti apre il cuore.


Ma le luci dei riflettori, se non ti chiami Genny ‘a carogna, se non ci scappa il morto, o la rissa, e se quello che dici potrebbe servire a far germogliare una speranza in un posto dove si è deciso debba regnare la disperazione, per te restano accese giusto il tempo previsto dal palinsesto. Poi ti lasciano tornare a casa, e si già si pensa alla prossima puntata.

A “Servizio pubblico”, la trasmissione di Michele Santoro andata in onda giovedì scorso, Bruno Mazza ha bucato il video, e alle sue dichiarazioni sentite, spontanee  e straordinariamente vere nella loro semplicità, la  -poco-  onorevole Viviana Beccalossi ha saputo replicare solo usando i soliti, demagogici e stereotipati luoghi comuni su Napoli e sui napoletani.

La storia di Bruno è semplice, una delle storie di ordinaria sopravvivenza che molti si sono rassegnati ad ascoltare, ma che noi non ci stancheremo mai di raccontare, perché è giusto rispondere a chi vorrebbe che alcune verità non avessero voce e perchè è indispensabile continuare a tenere i riflettori accesi su chi ha creduto, e crede, e si impegna, per migliorarsi e migliorare il posto in cui vive.

Seduti su una panchina immersa nel nulla, Bruno mi racconta che aveva solo sei anni quando da Napoli, insieme ad altre famiglie di “terremotati”, la famiglia Mazza è stata “deportata” al Parco Verde di Caivano. Deportata.  Usa proprio questa parola, e ne conosce benissimo il significato. Rimasto orfano di padre a undici anni, secondo di quattro fratelli, il passaggio dalle regole di una famiglia a quelle della strada è facile. La madre costretta ad arrangiarsi, anche illegalmente, per sfamare i figli, un sistema scolastico che preferiva allontanare i soggetti “fastidiosi” piuttosto che recuperarli. Sospendendoli ripetutamente, li costringeva a vivere intere giornate in un territorio che ai ragazzini di strada non offriva (e ancora non offre) altra soluzione che delinquere. La droga, gli scippi, i furti d’auto. L’incontro con il boss dei Quartieri spagnoli, che gli assicura la sua “protezione”, e Bruno viene promosso. Non a scuola, ma a capo-rione. Il carcere. Le botte, i soprusi.

E poi, a vent’anni, finalmente, dopo anni bruciati per strada, la scuola. In carcere. Un corso di scrittura creativa. La possibilità di un riscatto.

Nel 2006 muore, per overdose, il primo fratello di Bruno, di soli 11 mesi più grande. Dodicesima morte, non naturale, in una comitiva di quattordici amici coetanei.

Nel 2007 Bruno inizia a lavorare con i bambini del Parco Verde, e l’anno successivo nasce  legalmente “Un’infanzia da vivere”, un’associazione sostenuta esclusivamente da privati, grazie alle cui donazioni è possibile provvedere però alla sola manutenzione ordinaria delle aiuole e del campetto da calcio, unico punto di aggregazione per più di ottanta bambini, dai 5 ai 16 anni, tutti residenti nel parco.

Grazie alla determinazione di Bruno, nascono in seno all’associazione numerosi progetti di speranza per coinvolgere e tenere impegnate le nuove generazioni. “Mani in arte”, ad esempio, che prevede corsi per imparare l’arte della panificazione. “Il parroco del Parco Verde, padre Maurizio Patriciello – ci racconta Bruno – ci ha donato un forno, ma mancano ancora  le panche e le impastatrici”.

“Soltanto insegnando a questi ragazzi un mestiere – continua – li togli dalla strada, e gli offri un’alternativa al degrado che li porta, inevitabilmente, a imboccare il tunnel della droga e della delinquenza”.

A volte, se ti va bene, la vita ti offre una seconda possibilità. Altre volte invece, nasci a Caivano, nel Parco Verde, e ti  devi conquistare con i denti anche la prima. Poi, se sei fortunato, incontri sulla tua strada una persona come Bruno Mazza, che ha saputo riprendersi la sua vita in mano, e farne un capolavoro di altruismo.

Per chi non avesse guardato “Servizio pubblico”, Bruno mercoledì mattina sarà ospite di Gianni Simioli, a Radio Marte, per raccontare ancora la sua storia e i suoi progetti, nel corso de “la Radiazza”.

Questa è la gente di cui vogliamo raccontarvi. La magnifica gente di questa città.

Mariateresa Belardo

Al Domenicale con entusiasmo da più di un anno, dopo il banco di prova con Paralleloquarantuno. Giornalista per passione, scrive di tutto quello che la entusiasma, predilegendo i temi dell’ambiente e della cultura. Classe ’71,buddista, due figli, nel tempo libero cucina e gioca a burraco. Se dovesse descriversi con una sola parola, sceglierebbe “entusiasmo”, anche se si definisce un’anima in pena. Scrivere le è indispensabile: si firma #lapennallarrabbiata, e questo è il suo modo per denunciare ingiustizie e dare voce ai sentimenti che vive, come tutto quello che la riguarda, con un coinvolgimento totale.