Qual è il segreto del successo dell’amica geniale?

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di Maria Rusolo

Di solito mi approccio prima ai romanzi e poi mi siedo a guardarne la trasposizione televisiva o cinematografica, pronta a scorgere un difetto, un errore, una piccola, minima imprecisione. Stavolta con L’Amica Geniale di Costanzo è accaduto il contrario.

Il libro lo avevo abbandonato anni fa sulla mia scrivania, non mi aveva colpito immediatamente, anzi a tratti le descrizioni così precise degli ambienti, dei sentimenti, anche dei sussurri del Rione mi avevano infastidito, ma era un’altra fase della mia vita, ed era un’altra Maria, presa da altre letture e da altri protagonisti, anche in qualche modo immatura per quel tipo di crudezza sensuale. Dopo le prime immagini dello sceneggiato televisivo, che oggi tutti chiamano Fiction, non ho potuto non prendere i romanzi, tutti senza limite, e senza timore e, mi sono lasciata travolgere.

Mi sono immersa un mondo che in qualche modo è lontano, ma è anche vicino per chi conosce un minimo della cultura del Mezzogiorno, gli usi, i costumi, i colori, o forse dovrei dire i non colori, di un Sud, nel Sud. La Ferrante non tratteggia mai i suoi personaggi, ma li costruisce come un puzzle, pezzo per pezzo in un tempo piuttosto serrato, che non è solo fatto di eventi umani e personali, ma anche di fatti storici, che hanno caratterizzato un’epoca, e che non sono solo sottofondo di quello straordinario complesso umano che è il Rione, una città nella città, in cui vivono i personaggi, ma che diventano strumenti di condizionamento delle vite di Lila, Lena, Pasquale, Enzo, e dell’enigmatico Nino Sarratore, del suo viscido padre, da cui cerca di fuggire, ma a cui finirà per assomigliare in tutto e per tutto.

La capacità del regista che ha tenuto attaccati i telespettatori al televisore è stata mantenersi assolutamente fedele alle visioni della autrice; tutto richiama l’idea e l’obiettivo che persegue nelle migliaia di pagine che compongono l’intera vita ed i destini incrociati dei protagonisti. I capelli, le mani, gli occhi a fessura di Lila, la vaghezza e la remissività di Lena, che non riesce a sottrarsi alla scia dell’amica, la forza ed il coraggio di Pasquale, il passo strusciato della madre di Lena, da cui lei cercherà di fuggire per tutta la vita. Anche nei silenzi il regista ha saputo far trasparire le parole dell’autore, senza immergere mai i fatti o gli ambienti in una visione personale, un filtro, una lente attraverso cui guardare tutto.

La sua mano accompagna, nella scelta oculata dei luoghi, anche degli oggetti, persino degli abiti del giorno del matrimonio di Stefano con Lila, il sudore di questi mentre guarda l’odio della moglie che scopre che le scarpe disegnate e realizzate da lei, sono ai piedi di un Solara. Tutto è perfettamente in sintonia con le pagine che rimangono impresse come un taglio nell’animo e nella pelle. Credo che la chiave del successo dell’Amica Geniale, nella versione televisiva sia proprio il passo indietro che Costanzo ha fatto, in religioso silenzio rispetto alla parola scritta. Ha rispettato il ruolo affidato ai luoghi, alle case, alle stanze anguste, ai letti disfatti, alla violenza gratuita, al dialetto, da cui nel corso del tempo Elena Greco si discosterà completamente come il primo nemico da cui allontanarsi per poter essere “ diversa” e fuori dal Rione; fuori dall’ambiente familiare, dal controllo asfissiante della madre.

Lo spettatore, come il lettore possono decidere di essere Lena o Lila, senza difficoltà, e difficilmente questo accade per altre fiction. La potenza assoluta della Ferrante e di Costanzo è proprio in questa possibilità, non di parteggiare, ma di trasformarsi in uno dei personaggi. I commenti sui social, le critiche entusiaste, le analisi puntuali, anche un po’ fuori contesto, a mio avviso, sono il segno tangibile, che siamo ancora un popolo capace di reagire dinanzi alla bellezza, e che anche quando si tratta di mondi lontani riusciamo comunque a trovare un appiglio per farci risucchiare dalla ricerca di armonia. La cultura ha bisogno anche di questo tipo di operazioni, la cultura non ha senso se non nella sua diffusione più ampia, nel suo cercare di essere più “ popolare possibile”.

Ora non ci resta che attendere la seconda serie e quello che accadrà sconvolgendo radicalmente le vite dei protagonisti, ma questa è un’altra storia… “Non ho nostalgia della nostra infanzia, è piena di violenza. Ci succedeva di tutto, in casa e fuori, ogni giorno, ma non ricordo di aver mai pensato che la vita che c’era capitata fosse particolarmente brutta. La vita era così e basta, crescevamo con l’obbligo di renderla difficile agli altri prima che gli altri la rendessero difficile a noi.”

Il Domenicale News

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