Carissimo Don Aurelio

1873

Ormai è una moda, tutti Vi scrivono, anche se sono sicuro che Voi non leggete nessuno, e allora tanto vale che lo faccia anche io. Tanto che ci perdo?
Carissimo Don Aurelio,
ed ho vinto il primo dilemma, perché non sapevo come rivolgermi a Voi. Un confidenziale tu? Troppo azzardato. Un distaccato lei? Mi pareva troppo freddo. E poi, che titolo andava anteposto al nome? Dottore? Commendatore? Cavaliere? Alla fine ho optato per il napoletanissimo “Don”, che nella nostra parlata racchiude tutti i titoli possibili e immaginabili, e porta in sé infinito rispetto e gratitudine. Per quanto riguarda il “Voi”, mi è sembrato il più appropriato, visto che così si rivolgevano ai loro genitori i giovani napoletani di un paio di generazioni addietro.
Voi, da quattordici anni, state vivendo un’avventura incredibile. Vi siete accostato al mondo del calcio in punta di piedi e con infinita umiltà. Consapevole che eravate un neofita, Vi affidaste a quanto di meglio offrisse in quel momento l’organizzazione calcistica. Ed è stato il Vostro primo capolavoro dopo i palloni di Agropoli. Un ministro della sanità non deve essere necessariamente un grande medico, né un assessore ai trasporti deve saper guidare un treno merci. Bisogna però saper scegliere le persone giuste. E Pierpaolo Marino lo era.

Per la verità il Vostro primo approccio al pallone non lasciò tangibili segni. Quando i libri contabili della SSC Napoli non erano ancora stati portati in tribunale, forse non tutti ricordano, ma il Vostro nome cominciò a circolare nell’ambiente. Fu indetta una conferenza stampa, in cui Vi facevate presentare dal Vostro concittadino Roberto Fiore, il compianto ex presidente del Napoli, ancora amato in città, ma un po’ troppo datato per i gusti del tifoso azzurro. La cosa non ebbe seguito, ma forse in quella occasione il Vostro spiccato ed innegabile senso degli affari, sentito che ebbe il fieto del miccio, cominciò a mettersi in moto. Cosa che nessun imprenditore nostrano aveva captato.

Non riuscirono a raggranellare pochi miliardi di lire per provvedere alla iscrizione al campionato ed evitare il disastro, dando il via al fallimento non solo del Napoli, ma dell’intera classe politica e imprenditoriale napoletana. A questo punto Voi faceste una telefonata ad un Vostro amico di infanzia e brillante avvocato napoletano: “Geppi’, va un po’ a vede’ che se po’ fà in co’ ‘sto Napoli in tribunale”. E Geppino andò, e Vi dettagliò sulle possibilità reali di rilevare, non la SSC Napoli, ma, come amate ripetere Voi, un semplice pezzo di carta.

Per una trentina di milioni. Piccolo dettaglio, nel frattempo la lira aveva ceduto il posto all’euro. Una cifra da far tremare i polsi a tutti, ma non a Voi, che oltretutto dovevate cominciare da zero. Ma nella Vostra famiglia non è una novità. Vostro zio Dino, anni prima, aveva mollato tutto in Italia, dove era il più grande di tutti, e, trasferitosi in America, al primo botto, produsse “Serpico” che confermò Al Pacino stella di primissima grandezza. Voi non gli siete stato da meno. Ma il Vostro mondo è totalmente ed incredibilmente cambiato. Varricchio e Lacrimini, in un istante, Vi hanno spalancato porte che De Niro e Redford non Vi avrebbero dischiuso in dieci anni di successi. Le ormai Vostre proverbiali conferenze stampe sono diventate un must: disquisite di tutto e di tutti. Centinaia di microfoni puntati su di Voi. Vi chiedono pareri su qualsiasi argomento dello scibile umano, che Voi elargite con generosità. La stessa generosità che i Vostri detrattori Vi accusano di non avere in sede di calciomercato. Sbagliando. Semmai si può parlare di soldi investiti non esattamente nel migliore dei modi. O forse è stata semplicemente fiducia mal riposta. I vari Britos, Bucchi, Navarro, Vargas, Cigarini, Pavoletti e qualche altro giocatore che non è giusto citare perché ancora facente parte della rosa del Napoli, li avete pagati e li avete pagati a peso d’oro, e sempre cash, senza arzigogoli fieristici, come fanno quasi tutti. A questo punto Vi sarete detto: meglio fare da soli!

Vi sentite, forse a ragione, il più bravo di tutti. Non le mandate a dire a nessuno, ma spesso, a mio modestissimo avviso, sbagliate non solo i tempi, ma pure i modi e i luoghi. Il dopo-Madrid ne è un fulgido esempio. Lo scippo dell’ultimo scudetto avreste dovuto denunciarlo, non dopo circa un mese nel corso di una delle vostre conferenze fiume, ma la sera stessa di Inter-juve (di cui ormai ci ricordiamo solo noi, perché guarda caso, l’Inter ha provvidenzialmente raggiunto la qualificazione Champions, sennò chi li sentiva i vari Mentana, Bonolis, Severgnini etc…). Andava indetta una conferenza stampa “dedicata”, proprio per non disperdere il senso del nostro e del Vostro sdegno, al massimo la mattina dopo.

E comunque prima della partita con la Fiorentina, nello stesso albergo dove, secondo qualcuno col quale concordo, avremmo perso lo scudetto. Sui modi poi, meglio non discutere. Scusatemi il paraustiello, ma siete come quelle ragazze che si mettono in abiti succinti e poi si lamentano se per strada vengano loro rivolti apprezzamenti, quanto meno, sconvenienti. Che, sia detto a scanso di equivoci, restano comunque disgustosi. Proprio come gli striscioni contro di voi apparsi in questi giorni in città. Non voglio arrivare a dire che, come le ragazze di cui sopra, Ve la siete cercata, ma continuate a fare niente per evitarle certe situazioni incresciose: un poco di prudenza non guasterebbe. Mai. Nel Vostro colorito intercalare ho notato che usate spesso la locuzione “è chiaro il concetto?” Quasi come se non foste troppo sicuro di quello che dite, ed il primo cui vorreste chiarire il Vostro pensiero siete Voi stesso. I tifosi vogliono solo vincere, e questo sono sicuro che non è in antitesi col Vostro concetto di impresa.

I tifosi di fronte alle vittorie dimenticano tutto. I Vostri precedessori hanno subito di peggio (dalle bombe sotto casa agli arei con striscioni di contestazione), eppure oggi tutti si ricordano solo del settennato maradoniano: hanno resettato tutto il resto, hanno dimenticato i cortei per chiederne le dimissioni e c’è chi arriva persino a rimpiangere quei momenti. Preside’, non fate l’errore che ha commesso un nostro comune ex amico, che per qualche dollaro in più, che probabilmente assicureranno una serena vecchiaia alle sue prossime quindici progenie invece delle prossima tredici, ha rinunciato alla possibilità di divenire il più amato di tutti dopo Diego. Due anni, solo due anni, e nessuno lo vuole più. Chissà se in famiglia torneranno a pensare che per vincere in Italia bisognerebbe giocare senza gli arbitri. Sta a Voi.

Con la vostra intelligenza e la Vostra scaltrezza non potete non averlo capito. L’amore viscerale di questa città per la propria squadra, ne sono sicuro, Vi ha contagiato. Il Vostro sano principio imprenditoriale, sono certo, Vi suggerirà che non si tratta solo di amore. Voi sapete che le potenzialità sono inimmaginabili. Un Napoli campione d’Italia e competitivo in Champions straccerebbe tutti i record, dagli incassi alle presenze in campo e sulle televisioni. E affanculo pure il centro sportivo! Un uomo esperto in comunicazioni come Voi non può non averlo valutato. Già una volta avete dimostrato il Vostro coraggio acquisendo un semplice pezzo di carta per trenta milioni di euro. Dite che volete sfondare sui mercati orientali, la Cina non è mai stata tanto vicina. Non solo: adesso la posta in gioco è molto più grande: Vi state giocando l’immortalità! Il Vostro smisurato, ma positivo e innegabile ego, non può non averVi suggerito che potreste essere proiettato direttamente nell’ Eternità! Pensateci.

Pasquale Di Fenzo

Pasquale Di Fenzo, PDF per gli amici, tifoso di Napoli prima che del Napoli. Non lesina critiche a Napoli e al Napoli, ma va “in freva” se qualcuno critica Napoli e il Napoli. Pensa di scrivere, ma il più delle volte sbarèa. L’obiettività è la sua dote migliore. Se il Napoli perde è colpa dell’arbitro. O della sfortuna. Sempre. Se vince lo ha meritato. Ha fatto sua una frase di Vujadin Boskov, apportando però una piccola aggiunta: “è rigore quando arbitro fischia, a favore del Napoli”. E’ ossessionato da Michu che, solo davanti alla porta del Bilbao passa la palla ad Hamsik invece di tirare in porta. Si sveglia di notte in un bagno di sudore gridando “Tira! Tira!”.