Il campione venuto dal freddo

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Secondo De Gregori, coraggio, altruismo e fantasia sono i parametri per valutare un giocatore, per individuarne il talento e riconoscerne la grandezza. Marek Hamsik può aggiungere alle categorie degregoriane anche altre caratteristiche: spirito di sacrificio, fedeltà alla maglia ed eleganza nei gesti e nei comportamenti.

Hamsik sembra quasi un campione del passato, sia per il suo modo di tenere il campo e sia per quel modo discreto di affrontare pubblico e stampa. È un capitano silenzioso che non ha bisogno di alzare la voce per ottenere attenzione, è un leader carismatico che non possiede nulla di sciamanico (a parte la cresta alla Sex Pistols che stona col suo carattere schivo e i modi garbati), un gentiluomo slovacco che s’è trasformato in un partenopeo atipico.

Mai sguaiato, mai sopra le righe, Hamsik rappresenta un’idea innovativa di calcio: quel concetto che poi Maurizio Sarri ha saputo sublimare, imponendo un modello estetico in un campionato dominato da noia e furbizia. Non a caso, il numero 17 azzurro è diventato il fulcro di questo progetto.

Provato dagli inverni rafaeliti che assomigliavano tanto a quelli rigidi di Banská Bystrica, la piccola città ai piedi dei monti Metalliferi Slovacchi dove è nato e dove nel 1944 partì l’insurrezione nazionale contro i nazisti, Hamsik ha avuto la forza di rinascere, di mettere tra parentesi due anni di umiliazioni e sostituzioni, e riprendersi tutto ciò che gli apparteneva, a iniziare dalla fascia di capitano e dalla posizione in campo. Marek non è fatto per restare ai margini del gioco, deve essere il centro di gravità della squadra, libero di muoversi in orizzontale e in verticale: colui che smista i palloni, costruisce geometrie, occupa gli spazi e, quando occorre, finalizza.

Tutto ciò che non aveva compreso Benitez è quello che ha sapientemente corretto Sarri, restituendo non al Napoli ma al calcio un campione straordinario, un giocatore universale, una specie di Federer del pallone.

Oggi Hamsik compie trent’anni (di cui gli ultimi dieci trascorsi in maglia azzurra) ed è pronto a riscuotere la cambiale: un grande successo che coroni la sua carriera, la sua classe e la sua serietà. Non gli basta battere il record di gol di Maradona, per ottenere la consacrazione definitiva. Vuole sollevare un trofeo di peso indossando la maglia a cui s’è legato prima di diventare il campione che è oggi. Quando aveva intravisto un futuro di gloria per una squadra appena risalita da serie inferiori e fallimenti.

È per questo che non ha mai ceduto alle lusinghe dei club più ricchi e blasonati. È troppo facile collezionare trofei in squadre vincenti. È più arduo trionfare laddove le sconfitte sono una regola e le vittorie un’eccezione, laddove ha avuto successo solo il più grande in un’epoca in cui il calcio non era dominato dalle multinazionali del petrolio ed era più facile competere ad alti livelli.

Questo significa essere Marek Hamsik: non aver paura degli inverni gelidi e delle imprese temerarie. Sarebbe stato troppo comodo trasferirsi alla Juventus o in un altro top club. Lui è Marek Hamsik, il numero diciassette: un uomo che sfida la scaramanzia e la storia in una città che vive di scaramanzia e storia. Uno che vuole restituire colore alle foto sbiadite di trent’anni fa. Uno che sa attendere il momento e non sottovaluta l’attesa. Uno che è già campione e ha ancora tanto tempo a disposizione per diventare un vincente.

 

Gianluca Spera

Gianluca Spera, classe 1978. Di professione avvocato da cui trae infinita ispirazione. Scrittore per vocazione e istinto di conservazione. I suoi racconti “Nella tana del topo” e “L’ultima notte dell’anno” sono stati premiati nell’ambito del concorso “Arianna Ziccardi”. Il racconto “Nel ventre del potere” è stato pubblicato all’interno dell’antologia noir “Rosso perfetto-nero perfetto” (edita da Ippiter Edizioni). Autore del romanzo "Delitto di una notte di mezza estate" (Ad est dell'equatore)" Napoletano per affinità, elezione e adozione. Crede che le parole siano l’ultimo baluardo a difesa della libertà e dei diritti. «L'italiano non è l'italiano: è il ragionare», insegnava Sciascia. E’ giunta l’ora di recuperare linguaggio e ingegno. Prima di cadere nel fondo del pozzo dove non c’è più la verità ma solo la definitiva sottomissione alla tirannia della frivolezza.