Una grande cantante, una donna fragile, anzi una star.

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di Pasquale D’Anna

La sera del 23 luglio di sette anni fa la tragica scomparsa di Amy Winehouse, idolo di milioni di fan del soul e del rhythm and blues. Una vita furibonda, come quella di tanti altri protagonisti della scena musicale inglese, che conta senza rimorsi né curiosità i suoi morti e i suoi ragazzi perduti.

Gente che si è bruciata con rabbia ed entusiasmo, con disperazione e passione, perché solo così dava un senso alla vita estrema, alla giovinezza fortunata cui tutto era dovuto, da godere nella violenza e nell’autodistruzione. Come fu per Sid Vicious, il più sfrenato dei Sex Pistols, che alla fine degli anni 70 uccise la sua ragazza e morì di overdose prima che lo processassero.

Nei brevi anni del suo grande successo, Amy Winehouse ha incantato per la grazia delle sue canzoni, ma anche incuriosito  per quel suo aspetto da ragazza terribile. Capigliatura cotonata e tatuaggi che coniugavano R&b e attitudini punkeggianti. Insomma, un po’ Etta James e un po’ Sid.

Amy Winehouse sarebbe potuta diventare una delle più grandi cantanti soul di tutti i tempi, di sicuro la primissima tra le donne bianche. Due album di grande intensità, di elevato spessore, quelli che ha registrato in vita. Album che andarono ben oltre la lezione del nuovo soul d’oltre manica, per intenderci quello delle Ferguson, delle Stone e delle Bailey Rae.

Il suo era un approccio al soul molto classico, in puro stile Motown. Molto Tammi Tarrel  ( in “Tears dry on their own” cita “Ain’t no mountain high…”).

Dal momento della scomparsa della star diCamden,sono stati venduti più di due milioni di dischi a sua firma. Il disco di esordio, “Frank” (2003) detestato dalla cantante e il suo capolavoro “Back to Black” ( 2006) sono stabilmente in cima alle classifiche in tutto il mondo da  anni. Non parliamo poi della produzione postuma, tutto grasso che cola per la Island ( un tempo etichetta di nicchia per la musica reggae) e oggi controllata dalla Universal.

Io ho amato ( e amo) tantissimo la sua voce. A mio avviso la più completa tra le “bianche”. Resta, oltre la sua musica, il rammarico di aver assistito alla parabola discendente di una grandissima artista che ad un certo punto della sua giovane esistenza ha smesso di vivere, di cantare e si è dedicata con delirante accanimento alla droga, ai farmaci e all’alcool.

Ha pagato soltanto lei. La sua vita si è consumata con stanca consapevolezza e con una triste rassegnazione. Non ci resta che andare a riascoltare mille volte la sua superba e bellissima voce.

Pasquale D'Anna

Nasce nella terra di San Ludovico, divide il suo tempo tra l' Ateneo Federiciano e il Domenicale. Laurea in Scienze dell'Amministrazione e dell'Organizzazione alla Federico II. Da ragazzo voleva fare il critico cinematografico ma ha rinunciato perchè " il cinema è una cosa troppo seria per confonderla con i giornali". Ha diverse passioni, tra queste: parlare con la figlia Ludovica e "passare più tempo possibile davanti al mare" . Specchio d'acqua di riferimento: il porto di Palinuro. E' ardente ammiratore di Paolo Sorrentino, Joe Barbieri e Paolo Conte...Odia le persone che lo toccano quando parlano e non smetterebbe mai di leggere il Commissario Ricciardi. Il suo attuale "pensatore" di riferimento è Marek Hamsik.