Speranza per tutti…

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di Maria Rusolo

“Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po’ e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò. Da quando sei partito c’è una grossa novità, l’anno vecchio è finito ormai
ma qualcosa ancora qui non va”.

Sono i primi istanti di questo anno che è arriva come sempre carico di aspettative, di sogni e di speranze e lascia dietro di se, un anno piuttosto complicato per il nostro Paese e per il mondo, perché a volte noi, con un po’ di narcisismo, dimentichiamo di essere solo un piccolo tassello di una comunità più ampia e più diversificata, fatta di uomini e di donne, che ogni giorno devono confrontarsi con la mancanza di diritti, di certezze, di sogni, speranze e di prospettive.

Una comunità che forse mai come nell’ anno appena trascorso, è stata travolta da eventi di ogni natura e che ha mostrato spesso la capacità di resistere anche al cospetto di regimi autoritari. Un anno in cui le donne hanno come non mai stretto i denti ed i pugni al cospetto di un sistema sempre più oppressivo, che le vede vittime di abusi e soprusi e che le vede ancora ai margini in termini di eguaglianza sostanziale e formale.

Un anno politicamente assurdo, in cui si è giocata una partita a scacchi sulle difficoltà degli ultimi e degli emarginati, in cui ci si è più preoccupati della tenuta del potere e non piuttosto della necessità di garantire una vera crescita morale, umana e professionale degli uomini e delle donne che vivono tutti i giorni le difficoltà di una burocrazia che schiaccia e spreme e che ha perso ogni contatto con la vita reale.

Tante le cicatrici, tante le speranze gettate in un cassetto, tante le valige pronte sul letto, in attesa di un lungo viaggio, lontano da chi non sa valorizzare competenze, e professioni. Il 2019 sarà ricordato per molti record negativi, e non mi riferisco solo ai numeri dei bilanci economici finanziari, o alle imprese che chiudono, o alle Banche che tradiscono gli interessi di investitori e correntisti, mi riferisco più profondamente alle parole di odio e di fiamma che hanno invaso le nostre Bacheche, le nostre vite, le nostre piazze; al clima di intolleranza e di paura che ci ha invaso come un mare nero calmo e placido a cui pare abbiamo finito quasi per abituarci.

Ci siamo concentrati sull’immigrato che scappa dalla guerra ed arriva sulle nostre coste in cerca di un briciolo di affetto e di accoglienza, ed abbiamo finito per dimenticare che anche i nostri figli, nati in un occidente ricco, che mai hanno conosciuto la violenza dei regimi e le torture dei campi di concentramento libici, fanno la stessa cosa, la stessa identica cosa. Fuggono anche loro da paesi ormai poveri in cui i funerali superano di gran lunga il numero dei battesimi per approdare in porti più sicuri ed inclusivi e liberi, aiutati solo dal bianco del colore della pelle.

Eppure i colori sono la base cromatica su cui costruire l’avvenire, e forse il 2020, appena giunto sulle nostre coste e che è solo un bambino ci consentirà di capire meglio quello che è giusto fare per non sprecare secoli di storia di rivendicazioni e di lotte per i diritti. Io a questo bambino dalla pelle color cioccolato appena arrivato nel mondo vorrei chiedere un po’ di tenerezza in più, un po’ di capacità di guardare oltre le apparenze, un po’ di polvere di sogno da gettare nell’aria affinché possa facilmente raggiungere tutti e più velocemente possibile; un po’ di merito, caspita, un po’ di approfondimento in più perché si possa davvero avere dei servizi efficienti per le madri che lottano tra la volontà di affermarsi professionalmente e l’istinto di accudimento, un po’ più di istruzione e sicurezza nelle scuole, un po’ più di progettualità per chi vuole restare nel nostro Paese, ed un po’ più di amorevole bellezza, avvolgente e calda, che ci restituisca la dimensione umana. Tutto qui! Naturalmente noi siamo pronti a rimboccarci le maniche ed a fare il lavoro più duro.

“Spingo per le strade un carretto carico di ottimismo.
Urlo: “Speranza per tutti!”.
Molti mi rispondono lanciandomi dalla finestra il contenuto del loro vaso da camera, ma serve ben di più per spegnere un carico pieno di sole. “

 

Maria Rusolo

Nasco in un piccolo paese della provincia di Avellino, con il sogno di girare il mondo e di fare la giornalista, sullo stile della Fallaci. Completamente immersa, sin dalla più tenera età nei libri e nella musica, ma mai musona o distante dagli altri. Sempre con una battaglia da combattere, sempre con l’insolenza nella risposta verso gli adulti o verso chi in qualche modo pensasse che le regole non potessero essere afferrate tra le dita e cambiate. Ho sempre avuto la Provincia nel cuore, ma l’ho sempre vissuta come un limite, una sorta di casa delle bambole troppo stretta, per chi non voleva conformarsi a quello che gli altri avevano già deciso io fossi o facessi. Decido di frequentare Giurisprudenza, con il sogno della Magistratura, invaghita del mito di Mani Pulite, ma la nostra terra è troppo complicata, per non imparare presto ad essere flessibile anche con i sogni e le speranze, per cui divento avvocato con una specializzazione in diritto del lavoro prima e diritto di famiglia poi, ma anomala anche nella professione e mal amalgamata alla casta degli avvocati della mia città. La politica e la cultura , i cuori pulsanti della mia esistenza, perché in un mondo che gira al contrario non posso rinunciare a dire la mia e a piantare semi di bellezza. Scrivo per diletto e per bisogno, con la speranza che prima o poi quei semi possano diventare alberi.